car trailsCome arrivarciDalla A1 uscita di Valdarno, SP408 verso Siena per 16 Km, fino al bivio per Badia a Coltibuono.

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La via del saggio spirito o la via degli spiriti saggi?

Vi siete mai domandati perché i religiosi in genere, gli uomini che scelgono la via dello spirito non soltanto nella sostanza, ma anche nella forma, tendano ad isolarsi dal mondo, a ritirarsi in luoghi appartati e solitari, lontani dalle rotte più battute, e possibilmente situati anche a un’altitudine ragguardevole?
La risposta sembra semplice: per meditare in pace, pregare, e avvicinarsi a Dio nel corpo oltre che nel cuore. Ammesso che Dio stia in alto e non anche in basso. O da tutte le parti. Comunque sia, per cercare se stessi occorrono quiete e silenzio intorno.

NICOLA BERNINI

PHONE: +39 333 9909167
MAIL: nicola_bernini@me.com
WEB: http://www.toscanadinico.com

Questo percorso è stato realizzato grazie all´amicizia e alla collaborazione di Nicola, Guida Turistica Nazionale che ci ha condotto per queste zone con sapienza e passione.


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Tutto sembra scontato, ovvio, ma poi quando ci si ritrova in quel di Gaiole in Chianti, territorio senese, davanti a una bella abbazia come questa, grande quasi come un piccolo borgo, organizzata come una nave da crociera, ci si rende conto che la domanda non è poi così banale. Se è vero che i dintorni boscosi  e ameni trasmettono l’impressione dell’eremo, quando penetriamo dentro le mura la sensazione viene subito spazzata via
Immaginate adesso una città medioevale, malsana e maleodorante, caotica e peccaminosa.  Immaginate poi di seguito una città moderna, malsana e maleodorante, caotica e peccaminosa. E anche inquinata e pericolosa. Capite adesso perché qualcuno sceglieva (e sceglie) di “ritirarsi” dai torbidi clamori del secolo? Uomini di fede, sì certo, nessun dubbio, ma anche logici, intelligenti, astuti. Uomini saggi.
Ed è così che ci sentiamo io, Raf, e Nick Bernini (http://www.toscanadinico.com) una volta all’interno: più fortunati e più saggi di quando eravamo fuori. Quasi fossimo stati ammessi, anche se solo temporaneamente, in un eden per pochi eletti.

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Roberto Stucchi Prinetti, un uomo intonato al luogo

Roberto-Stucchie-Prinetti-e-Vieri-Tommasi-CandidiOsservate la foto di Roberto Stucchi Prinetti: non è forse lui il vero Guglielmo da Baskerville, erudito frate francescano del XIV secolo, protagonista, insieme al novizio Adso da Melk, de “Il nome della rosa” di Umberto Eco? È così che lo descrive il professore di Alessandria, proprio come lui, un po’ Sherlock Holmes un po’ uomo di Dio, altro che Sean Connery, adattissimo agli 007 o ai film di azione, ma quanto a spiritualità, be’. Osservate il suo lungo volto magro, ascetico, meditativo, la lieve barba bianca che gl’incornicia l’ovale del viso: è perfetto per il ruolo. Mi dispiace per Jean-Jacques Annaud, grande regista in assoluto, ma nel caso specifico poteva fare meglio.
E anche il modo di essere pacato, consapevole, la voce profonda, matura, l’accento milanese che sottolinea l’ottimo italiano modernamente manzoniano di chi a sua volta ha “sciacquato i panni in Arno”, rappresentano altri indizi di come siano gli uomini a scegliere i teatri delle loro azioni in base a come sono fatti anima e corpo, non il contrario. Sissignore.

Roberto ci spiega che la vasta struttura di origine romanica è stata molte cose nel corso dei secoli, com’è ben evidenziato dai diversi stili delle sue varie componenti nonché dalle facciate che abbiamo dinnanzi. Dapprima un monastero medioevale, poi rinascimentale, quindi privatizzato da Napoleone, infine, passando di mano in mano, è approdato al loro antenato Michele Giuntini, banchiere fiorentino, che lo acquistò nel 1846. Così, tra alti e bassi, è rimasto in famiglia da allora.

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La moderna azienda Badia a Coltibuono e le persone che vi sono dietro

Dopo l’ultima guerra, il figlio di Maria Luisa Stucchi Giuntini, Piero Stucchi Prinetti, scomparso nel 2002, prese in mano la tenuta e la trasformò abilmente in un’azienda moderna. Iniziò infatti a imbottigliare e vendere, sul mercato nazionale e internazionale, le migliori annate di Chianti Classico conservate nelle cantine dell’abbazia come riserva di famiglia e fu un’ottima idea.
Fu inoltre tra i primi, negli anni ’60, a comprendere che l’olio extra vergine di oliva, tipico prodotto della zona, possedeva grandi potenzialità, e a cominciare pioneristicamente a imbottigliarlo.

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Nel corso degli anni i figli sono subentrati nella conduzione dell’azienda.
Emanuela Stucchi Prinetti ha iniziato una ventina d’anni fa curando le pubbliche relazioni ed il marketing. Ha condotto corsi di cucina, assieme alla madre Lorenza de’ Medici, e scritto libri di ricette tradotti in varie lingue. Nel luglio 2000 è stata la prima donna ad essere eletta Presidente del Marchio Storico del Chianti Classico. Oggi dirige l’azienda insieme ai fratelli.
Paolo Stucchi Prinetti ha sensibilmente elevato la cucina del ristorante di Coltibuono che propone piatti tipici locali, con varianti ispirate alla migliore tradizione culinaria italiana.
Roberto Stucchi Prinetti, il nostro uomo, è entrato  in azienda nel 1985 in seguito a studi di agraria ed enologia condotti in Italia e in California. Fin da subito ha promosso la conversione dell’azienda ad agricoltura biologica, reimpiantando i vigneti con selezioni massali autoctone ed eliminando erbicidi e pesticidi.
Dal 2010 Roberto è tornato a dirigere l’azienda ed ha nuovamente assunto la responsabilità della produzione.

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Roberto stucchi intervistato da vieri tommasi candidi

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Attualmente Badia a Coltibuono conta 60 ha di vigneto e 20 ha di oliveto.
Dalle loro uve vengono prodotte circa 270.000 bottiglie e altrettante da uve altrui. Sono biologici da 20 anni con un’idea di biodiversità all’avanguardia, e una concezione del Chianti che sappia di Chianti. Tutto nel pieno rispetto della tradizione.

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La cantina si trova a Monti, dove si estendono i vigneti, a metà strada tra Siena e il monastero. Qui c’è “solo” la cantina d’invecchiamento medioevale, rinascimentale, settecentesca, il risultato di secoli di stratificazioni, una bellissima “bottaia“, come la definisce Roberto, con un termine affascinante ma che ormai sembra desueto, sostituito dalla dilagante moda, tutta franco-americana, delle barrique.

Dagli anni ’80 hanno iniziato l’attività di agriturismo e promozione turistica.
5 appartamenti, 8 stanze come bed&breakfast, corsi di cucina, degustazioni dei loro vini, visite al pubblico a orari precisi in quanto monumento vincolato dalla soprintendenza.
Cosa manca? Niente mi pare.

Nel giardino di Badia a Coltibuono

E se qualcuno non fosse ancora convinto che ci troviamo davvero in un eden, allora dovrebbe passare dal cortile del monastero nel giardino retrostante. Medioevale nella sua origine, col tipico hortus conclusus monastico, la struttura di pergole è rinascimentale, mentre il giardino all’italiana è del ‘900, quando l’insieme è stato trasformato in tenuta privata.
Estasiati, scattiamo foto a tutto spiano e osserviamo dall’alto la piscina dell’agriturismo, ancora coperta, mentre Roberto ci spiega che il suo cognome, Stucchi Prinetti, è proprio quello, pure se invertito, dei famosi costruttori di biciclette lombardi Prinetti e Stucchi della fine del secolo XIX che poi, unitisi ai facoltosi Giuntini, hanno risollevato le sorti del luogo.

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L’amore per il mondo vegetale lo ha sempre nutrito fin da giovane quando, a Milano, coltivava le piantine sulla terrazza dell’appartamento, a prescindere dalla tenuta nel Chianti che, tra l’altro, negli anni dei suoi studi di agraria ed enologia, non era affatto sicuro potesse essere economicamente sostenibile. Poi verso l’85, tornato dalla California, nonostante la situazione fosse ancora incerta, l’indebitamento altissimo e gli interessi passivi del 25% (inconcepibili al giorno d’oggi), constatò che il mercato era in crescita, che le prospettive potevano sensibilmente migliorare, soprattutto negli Stati Uniti (metà delle vendite avviene là), e così prese la decisione epocale. È andata bene. Ci pare.

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In particolare lui però è sempre stato innamorato del bosco, che rimane un’impressionante riserva di biodiversità. Il grosso dell’azienda è infatti boschivo, più di 700 ha di foresta. Adesso per loro è solo un’attività no-profit –  operano giusto quel po’ di tagli gestiti con attenzione per rinnovare le ceduazioni in modo da ottenere i pali di castagno (molto resistenti al fungo) per i vigneti –, in questo modo però viene recuperato anche un piccolo pezzo d’una economia che una volta era molto complessa. Dal bosco si otteneva cibo (castagne, frutti, pinoli, farina, eccetera), pascolo per le bestie, si potevano trarre materiali da costruzione, scope per le strade, carbonella per cucinare, per menzionare solo alcuni dei vantaggi che offriva.

Il parroco criminale e l’ira divina

stemma#3-badia-a-coltibuonoMentre ci spostiamo all’interno dell’edificio, Roberto ci racconta la storia del parroco che dagli anni ’50 in poi è stato qua a lungo, e che tra la via stretta, che predicava ai fedeli, e quella larga, che sempre in pubblico deplorava, lui aveva scelto la seconda. D’altronde era la più facile, no?
Pare, infatti, che il caro pretino avesse la manina piuttosto lesta nel trafugare dalla chiesa arredi sacri e nel rivenderli al miglior offerente, e che il suo “business” sia durato a lungo, corredato anche da altre attività illecite di cui è più prudente tacere.
Finché una sera, durante gli ultimi anni della sua onorata carriera da queste parti, mentre le campane suonavano allegramente a festa, si staccò dal supporto il batacchio di quella più grande, disegnò nell’aria una bella traiettoria arcuata e, come un missile telecomandato,  sfondò il tetto della canonica centrando in pieno il suo letto.
All’anima del segno divino. D’altronde quando è troppo è troppo.

Dal profano al sacro

stemma-vallombrosiani#2Passando ad argomenti forse meno pruriginosi, ma senza dubbio più elevati, Roberto ci spiega che l’abbazia fu fondata dai monaci vallombrosani più o meno un migliaio di anni fa, nella persona di San Giovanni Gualberto che aveva anche eretto Vallombrosa e convertito alla regola benedettina Badia a Passignano. Monaco riformatore che predicava a Firenze contro la corruzione e la simonia dilaganti (un po’ diverso dal parroco di cui sopra), ebbe logicamente guai con la Chiesa, tanto che il suo ordine per essere approvato e legittimato dal papa dovette, secondo la leggenda, sostenere e superare la prova del fuoco, nota come l’ordalia di Badia a Settimo, nonostante ci sia chi afferma che la prova fu invece affrontata nel centro di Firenze.
La sua icona classica lo raffigura con in mano il bastone del comando benedettino, sebbene sia da alcuni interpretato come un bastone da impianto (di talee), anche considerato che i vallombrosani costituivano il fronte avanzato della rivoluzione agricola medioevale che proponeva una nuova agricoltura sostenibile di cui i frutti più diretti sarebbero stati la mezzadria, in sostituzione della schiavitù, e il podere, che finì per disegnare indelebilmente il paesaggio toscano.

Le sale per gli ospiti dell’agriturismo e i corsi di cucina

Adesso entriamo nella stanza cinquecentesca dove si teneva l’amministrazione della fattoria, lo studio del fattore, figura molto potente all’epoca, da cui tutti i contadini prendevano ordini, tanto che, come si può notare dalle foto, il suo banco era rialzato rispetto al pavimento, e la sua posizione di superiorità. Qui avveniva lo scambio delle merci e di quel poco di denaro che girava, per questo c’era bisogno della porta blindata che scoraggiasse i malfattori.
Raf nota lo “stemma Giuntini”, creato ex nihilo, dato che la famiglia non aveva nemmeno una goccia di sangue nobile, sebbene in compenso il signor Michele, stimatissimo banchiere fiorentino, possedesse una straordinaria abilità negli affari. Poi attraverso imparentamenti coi vari Corsini, Antinori, eccetera, il problema fu “gattopardianamente” risolto.

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Conversando, facciamo il nostro ingresso nel bellissimo refettorio (adesso spazio ad uso degli ospiti dell’agriturismo) dove si scorgono maggiormente le tracce dell’antico monastero riportate alla luce all’inizio del ‘900 da un Giuntini successivo, Giuseppe, nipote dell’originario. Sulle pareti affrescate si notano le immagini di San Benedetto, di San Giovanni Gualberto e di San Petrus Igneus, colui che aveva sostenuto l’ordalia del fuoco.

Di seguito, visitiamo un altro meraviglioso salotto dedicato, come il precedente, agli ospiti che vi soggiornano, quindi una sala da pranzo, infine la cucina dove si svolgono corsi per 10-12 persone al massimo, che possono durare una giornata o anche 4-5 giorni nel caso di clienti residenziali. Il programma, piacevole e divertente – attualmente portato avanti da Benedetta Vitali, cofondatrice del Cibreo a Firenze -, insegna a preparare piatti tipici della zona.

La favolosa “bottaia”

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Da uno dei corridoi che cingono il chiostro interno, quasi magicamente si spalancano le porte della bottaia dove la maggior parte del vino che invecchia andrà a riempire le bottiglie di Chianti Classico e di Riserva.
Come specificato all’inizio, per loro le barrique non esistono, non si sposano con l’eleganza del sangiovese – che  si completerà unendosi con l’uvaggio tipico della zona, ad es. il canaiolo, il colorino, il ciliegiolo il quale, pur mantenendo la sua forza, la sua complessità, la sua acidità, dovrà comunque risultare fresco e piacevole.

Passiamo ora nella cantina rinascimentale detta “la baronessa” perché un tempo vi si trovava soltanto una botte gigantesca da 60 hl. Vi si può ammirare la collezione delle annate storiche a partire dal 1937, presenti quasi tutte dal 1945 in poi. Si tratta senza dubbio d’un vino che possiede una grande tenuta. L’anno scorso in una verticale sono scesi fino al 1946. E nessuna annata ha deluso le attese.

L’ultima che visitiamo è la cantina del ‘700, in cui si nota la vecchia rampa che serviva per la discesa dei carri trainati dai buoi.

Mentre discutiamo sul fatto che il biologico conviene sempre perché alla fine rende l’azienda più sostenibile, ci dirigiamo nella sala degustazioni dove assaggiamo l’ottimo Badia a Coltibuono – Chianti Classico 2014.

A questo punto debbo perfino dirvi che vale davvero la pena fare un salto fin quassù?
Anche due. Anche tre. Se è per questo.