Luca di Napoli Rampolla, un uomo fuori dal comune

luca-di-napoli-2016Parlare di questa importante azienda di Panzano in Chianti non è cosa semplicissima nonostante si tratti di temi che conosco bene in quanto parte costitutiva e preponderante della mia ricerca interiore negli ultimi vent’anni. Non è cosa semplicissima, dicevo, proprio perché si sconfina dalla classica filosofia aziendale (quale essa possa essere) per avventurarsi nella complessa filosofia personale d’un uomo che ha impregnato di sé la propria azienda.
Ho brevemente presentato Luca di Napoli Rampolla all’inizio dell’articolo su Piombaia (dal momento che ci ha accompagnato durante il nostro tour a Montalcino), ma ho detto di lui poco o nulla. Adesso è il momento di dire qualcosa di più.

Mi ha colpito subito Luca, fin dal primo sguardo. I modi pacati, sereni, la tranquillità con cui espone i concetti che sente risuonare nell’essere come imperiture armonie universali. A parte l’altisonante titolo di principe (che peraltro non lo avrebbe certo affrancato da un’eventuale mediocrità dello spessore umano), non è uomo come se ne trovano tanti, non è più o meno fungibile, classificabile in una tipologia piuttosto che in un’altra, non palesa niente di scontato né di prevedibile, perché ha raggiunto un grado importante di consapevolezza, una forte coscienza di sé e della piccola e grande realtà che lo circonda. Se non si capisce questo non si capisce nemmeno il perché delle scelte di cui parleremo che stanno alla base del successo dell’azienda che gestisce insieme alla sorella Maurizia. E probabilmente, ampliando il discorso, non si capisce nemmeno il perché di molte delle nostre scelte. Ma questa non è materia per un blog che tratta d’itinerari turistici in cui sono coinvolte imprese vitivinicole, e quindi, pur con rincrescimento, la rimandiamo a un altro luogo e a un altro tempo.

Santa Lucia in Faulle

Incontriamo l’azienda sulla via di ritorno dal nostro tour a Montalcino, è l’ultimo appuntamento della giornata, dulcis in fundo. Spira un vento fresco sulle terre di Santa Lucia in Faulle – dal nome della santa che, secondo la tradizione cristiana e ortodossa, giungeva in prossimità del solstizio invernale a riportare luce e vita alla terra -, nella Conca d’oro a sud di Panzano.

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Il cielo è terso, le foglie delle viti mostrano il bel colore verde della primavera inoltrata prima che l’aridità dell’estate le renda opache di sole e polvere. Insieme a Luca, Raf, e al mai domo Calogero (di cui già più volte cantammo le inclite gesta e di cui mai ci stancheremo di cantare), giovanissimo e abilissimo genius loci del buon vino, facciamo il nostro ingresso nella proprietà, per così dire, dal retro, guadiamo avventurosamente un torrente, e risaliamo su per una bellissima strada sterrata che conduce fino alla cantina, centro nevralgico dell’area produttiva. Da qui ci spostiamo a piedi lungo il declivio della vigna prospiciente fino a raggiungere un capannone in cui sono parcheggiate molte macchine agricole (alcune modernissime) che suscitano subito l’interesse del rude bracciante che è in Raf.

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Le buone pratiche agronomiche contro il barbaro e acefalo interesse che (T)tutto calpesta senza rispetto

trattorino-bisLuca mi si avvicina e mi spiega che, avendo osservato per tanti anni come veniva trattata la terra e cosa veniva spruzzato a destra e a manca senza rispetto né delle piante né del suolo e nemmeno dell’uomo che vi lavorava sopra, ha sempre sentito l’esigenza di un approccio molto più gentile e amorevole verso di essa di cui senza dubbio fanno parte questi piccoli trattori dalla minima invasività. Le radici necessitano di aria per permettere al fusto di svilupparsi nel migliore dei modi, pertanto se il terreno viene pressato e compattato da mezzi pesanti il danno prodotto è di notevole entità. La superficie della terra, il primo strato che si riempie di erba e di fiori, è come la corteccia prefrontale del nostro cervello – dice Luca –, quella che ci consente di realizzare il presente e i suoi accadimenti, pertanto se andiamo a impattare duramente su di essa, sconvolgendola, togliamo le informazioni basilari alla pianta che non sa più a che punto del proprio percorso vegetativo si trova.
Tra l’altro molti costringono le viti a vegetare oltremisura e poi operano una spietata cimatura (ulteriore maltrattamento) che ritarda il processo di crescita (e la vendemmia) d’un paio di settimane rendendolo ancora più innaturale.

Questi sono semplici ma concretissimi esempi di come la biodinamica – filosofia che presiede concettualmente al loro lavoro fin dal lontano ’94 –  la quale contempla la nostra realtà come un tutt’uno dal cielo alla terra, nessun essere escluso, e che risponde a precise leggi universali (universus: tutto intero), si fondi semplicemente su principi agronomici logici, di buon senso comune, non su strane pratiche magiche ed esoteriche come da più parti è stata accusata (con annessi sbeffeggiamenti) di fare. Si tratta solo di voler comprendere o di non voler comprendere, sebbene spesso non comprendere appaia (stoltamente) più comodo.

Nell’Uno-Tutto. Come in cielo così in terra

Non è opportuno dunque adottare rigidi, dogmatici protocolli, è molto più saggio limitarci a osservare la realtà circostante con la mente in silenzio e attendere la risposta che proviene da dentro, ponendo a fondamento la relazione tra essere umano e pianeta Terra. Tutto è Uno, però se la paura e l’incoscienza separano gli esseri viventi l’Uno non viene sentito e si rischia d’imboccare strade sbagliate. Molte volte si sceglie in base a criteri puramente economici o di ottimizzazione della produzione. È un grave errore. A costo di perdere anche il 30-40% del raccolto – afferma Luca – non ci si deve mai discostare dai dettami della natura stessa né dai ritmi universali salvo poi poter compensare le perdite con una maggiore qualità unita a opportune variazioni di prezzo.

La terra rende sempre ciò che gli si dà. Se le offriamo gentilezza essa sarà gentile con noi. Un tempo qui c’era il ragno rosso, poi venne il ragno giallo e in seguito se ne successero vari tipi. Quando poi hanno rinunciato a sterminarli con gl’insetticidi sono spariti tutti perché al loro posto si sono innescate le difese naturali che prima venivano oppresse dai prodotti chimici.

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Anche i colori dei fiori del sovescio sono molto importanti se si considerano le loro bianche radici come fibre ottiche che trasportano nel buio del suolo un arcobaleno di tonalità e sfumature. Non è forse questa una prospettiva tremendamente affascinante?

Devo dire che, per quanto riguarda il nostro blog, forse l’aspetto più interessante è dato dal fatto che la spiritualità della biodinamica, se così vogliamo chiamarla (ma senza nessuna accezione religiosa, per carità), sta alla base di fatti estremamente terreni e terrestri quali la coltivazione delle piante che a loro volta hanno origine da semi (invisibili) avviluppati nella terra e si protendono (visibilmente) verso il cielo seguendo i ritmi dei pianeti e delle stelle con una perfetta compenetrazione di stati dell’essere così diversi se non (teoricamente) opposti. Non è poi tanto scontato comprendere una cosa simile che si porta dietro una lunga serie di corollari sui cui riflettere attentamente.

Per tutte queste ragioni Castello dei Rampolla non è un’azienda biodinamica certificata (pure se sembrerebbe, prima facie, un paradosso): in realtà non sarebbe logico né giusto che proprio loro che da più di vent’anni hanno eletto questi principi a vero e proprio modello di vita si mescolassero banalmente alla moda del momento.

Entra in scena il mitico Calogero

Qui si lavora senza paura – mi dice il ragazzo/winemaker – non c’è lo stress di dover produrre tot quintali per ettaro, anche perché la paura blocca il sentire e senza il sentire la biodinamica va a ramengo. Nel 2009, quando raggiunsi l’azienda, un po’ per gioventù, un po’ perché imbevuto dei concetti completamente diversi imparati a scuola, lo ammetto, ero scettico, ma poi ho letto, ho sperimentato, ho compreso, e anch’io mi sono armonizzato col ritmo universale. Ed è tutto molto più rilassante, più bello.

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Ma al di là della teoria, cosa si coltiva da queste parti? Be’, se si osservano i campi dando le spalle alla cantina, si nota che iniziano 3 ha di uva bianca, chardonnay, sauvignon, trebbiano, traminer e malvasia. La loro vigna migliore, d’Alceo – 6 ½ ha, 10.000 ceppi per ettaro, cabernet sauvignon e petit verdot da cui il blend del grande vino omonimo – ha esposizione sud-est. Il quarto campo, sotto la vigna d’Alceo, è a cabernet sauvignon, poi il ecco il Barullo piantato a merlot con gli ultimi filari di cabernet. All’ettaro 34, vigna 2 e 3 si trova il sangiovese. Alla sinistra della vigna bianca c’è il cabernet, alla destra il bacìo che inizia con una parte di sangiovese, quindi ancora cabernet, merlot e un po’ di petit verdot. Questo per dare una panoramica abbastanza dettagliata dei loro 33 ha vitati.

Vigneti del Castello dei Rampolla

I vitigni internazionali vengono utilizzati per gli IGT, il d’Alceo (di cui sopra), 6.000-12.000 bottiglie – nel 2010 ha ottenuto 100/100 pt da Antonio Galloni, nel 2005 è stato votato miglior vino d’Italia e in genere è difficile che le varie annate scendano sotto i 95 pt anche per uno come Parker, tanto per citare il grande nome di richiamo –  e il Sammarco (90% cabernet sauvignon, 5% merlot, 5% sangiovese), 8.000-18.000 bottiglie.

La metà dei loro ettari sono tuttavia nel Chianti Classico da cui vengono prodotti: 1. il Chianti Classico, appunto, (90% sangiovese, 5% merlot, 5% cabernet sauvignon), 25.00040.000 bottiglie; 2. il Sangiovese di Santa Lucia (100% sangiovese) una piccola linea fatta in anfora senza solfiti, 1.500-2.000 bottiglie; 3. il Trebianco, anche questo senza solfiti(traminer, sauvignon e chardonnay); 4. da quest’anno il vinsanto (malvasia e trebbiano).

I sistemi di allevamento sono tre diversi: cordone speronato, qualche vigna a guyot, mentre la vigna d’Alceo è tutta ad alberello. Interessante.

I terreni dell’area, di medio impasto, come l’alberese e il galestro, sono senz’altro favorevoli per la coltivazione della vite.

Castello dei Rampolla Vigneti

Il compost e il segreto dei loro grandi vini

Finita la lezione, Calogero mi guarda e mi indica un mucchio di roba a noi sottostante: – Quello è il nostro compost. Sta nella zona più bassa e umida dell’azienda. È formato da vinacce, fecce, raspi e dai tralci delle potature. Deve stagionare per un anno circa, mentre i tralci vengono inseriti a metà fermentazione per via dei possibili funghi e/o batteri. La tumultuosa fermentazione raggiunge anche i 70°-80°, ma al suo termine, se s’infila una mano nel compost, si può constatare come la vita inizi a prendere forma nei lombrichi, anellidi che aiutano  la trasformazione da sostanza morta in sostanza viva carica di fertilità per le piante.

Ma perché i loro vini sono così, buoni?

Be’ – mi risponde Calogero – perché provengono da grandi uve. Io in cantina devo stare solo attento a non fare “cazzate”, controllare che la fermentazione si svolga bene, che le temperature risultino ottimali, che non si verifichi un arresto, che non si sviluppino batteri acetici, ossia rappresento un semplice supervisore di quello che la natura, trattata con amore, ha in precedenza creato.
Possiamo credere al suo “profilo basso”? Penso di sì, ma di sicuro io in cantina di “cazzate” ne farei molte più di lui. C’è supervisore e supervisore. No?

Le tre gocce d’acqua e la piscina con le vasche flow-form

Vaschette Flow FormTornando in su verso la cantina, arriviamo alla bellissima piscina del bellissimo castello (le foto dicono più di mille parole) mentre parliamo di uno degli esperimenti scientifici più interessanti (dal mio punto di vista) di cui abbia mai sentito dire. Masaru Emoto, uno (pseudo)scienziato e saggista giapponese, nel libro La memoria dell’acqua, sostiene di aver eseguito moltissimi esperimenti con l’acqua al momento della cristallizzazione sotto lo zero.
Uno, in particolare, riporta un fatto molto singolare. Presso una scuola elementare, furono poste tre bottiglie piene d’acqua separate le une dalle altre. I bambini furono invitati per giorni a trattare le 3 bottiglie in modo differente: una con messaggi positivi d’amore, un’altra con messaggi negativi, la terza con indifferenza. Dopo l’abbassamento della temperatura, pare che i cristalli di ghiaccio più armoniosi risultassero quelli della bottiglia trattata con amore, mentre quelli meno armoniosi appartenessero alla bottiglia trattata con indifferenza.
Lascio a voi trarre le conclusioni ma, a onor del vero, la comunità internazionale scientifica ha sottolineato come non esistano prove empiriche in merito, come sia impossibile riprodurre in condizioni controllate le sue affermazioni, oltre al fatto che Emoto, privo di competenze scientifiche, abbia avviato un’ampia attività commerciale privata imperniata sulla vendita di libri e prodotti basati solo sulle sue teorie personali prive di fondamento scientifico. Questo non per smorzare gli entusiasmi ma perché è giusto da parte nostra riportare anche le critiche. Gli esperimenti rimangono comunque d’estremo interesse e magari qualcuno di voi potrebbe perfino tentare di riprodurli a casa. Perché no?

Conversando su tanti diversi argomenti, ci vengono mostrate da Calogero e Luca le tre vaschette flow-form da cui passa l’acqua che rinnova la piscina. Hanno tutt’e tre la forma del simbolo dell’infinito e servono per informare l’acqua con messaggi di positività.  Pare che addirittura, quando sono in funzione, possano anche respingere in tutto o in parte le energie negative dei temporali. In azienda le usano per i rimontaggi del vino. Qui siamo molto oltre la biodinamica, signori, siamo nel sentire vero. E senza dubbio da queste parti il senso di pace è immenso.

La cantina del Castello dei Rampolla

amfora-castello-rampollaEntriamo nella zona di vinificazione, la cui pulizia e il cui ordine sono uno dei vanti di Calogero. Osserviamo le interessantissime anfore di coccio pesto  – una miscela di cemento, terracotta e detriti di fiume – dalla cui forma a uovo si crea un vortice di vita, e in cui matura il Sangiovese di Santa Lucia. Il tutto sotto il benefico influsso delle opere di Mozart diffuse in sottofondo. Altri hanno optato per i canti gregoriani. Questione di gusto. Magari un giorno scopriranno che il petit verdot preferisce Bach.

Luca ci spiega che usano vasche in cemento perché è un materiale che ha a che fare con la terra. L’acciaio è utile per il controllo della temperatura, ma cosa c’entra col vino? L’ennesimo punto di vista su cui riflettere.

Passiamo nella bellissima barricaia che vede le botti giacere lungo un profondo corridoio oltre che in stanze laterali. Anche questa fuori del comune.

Assaggiamo l’Alceo 2015 estratto da una barrique con tostatura M- in cui affinerà per 18 mesi prima di subire il taglio e passare in bottiglia. Dopo 4 anni dalla vendemmia verrà poi messa in commercio. A Blablawine non diamo giudizi sui vini, ma che è spettacolare lo possiamo dire, no?

Non è facile chiudere degnamente questo articolo. Luca e Calogero sono fuori dal comune, lo sappiamo. La loro filosofia è fuori dal comune. I campi sono fuori dal comune. La cantina è fuori dal comune. I vini sono fuori dal comune. Anche l’acqua è fuori dal comune. Cosa possiamo dire? Be’, l’unica cosa che mi rimane è saccheggiare un po’ dello spiritaccio toscano di Calogero e azzardare che solo l’azienda non è fuori dal comune… di Panzano. Venite a trovarli, non son frottole.

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