car trailsCome arrivarciDalla strada Aurelia, svoltare sulla via Bolgherese, proseguire fino alla prima traversa a destra e proseguire seguendo le indicazioni.

Un autunno vecchio stile

La nostra seconda avventura comincia nella plumbea mattina d’una metà d’ottobre vecchio stile, di quelle che a scuola, quando eravamo bambini, osservavamo attraverso le finestre colorate della classe.
Ve le ricordate? I dipinti vivaci, solari, contro il cielo grigio e la pioggia insistente che batteva sui vetri. E poi i banchini a file, i grembiulini blu e rosa, le cartelle, i panierini, i quaderni, le matite, il diario, il sussidiario, la merenda alle dieci e mezza, e quel po’ di malinconia per la libertà che avevamo appena perso insieme alla speranza che il Natale arrivasse presto col suo carico di regali, neve bianca e magia.
Sembravano scomparsi da tempo questi autunni a tinte forti della nostra infanzia per far posto a stagioni ibride, sbiadite, malate, in cui le estati, incapaci di morire, si aggrappavano con gli artigli ormai spossati a periodi dell’anno che non gli appartenevano più. Adesso invece sembrano ritornati. Ed è una bella sensazione corroborante di logicità e di naturale avvicendamento climatico. La sensazione d’un’armonia ritrovata, d’una vera e propria palingenesi rigeneratrice.

Bolgheri, una grande storia

Mappa Bolgheri DOC

Mappa Bolgheri DOC

In macchina siamo in quattro, io, Raf, Enzo e Davide che ha organizzato il tour, il nostro super-tecnico del vino, un sommelier di alto livello che ci entusiasma subito trasmettendoci la sua grande passione. Sulla via Emilia ci fermiamo brevemente presso il Bar-ristoro all’”Ovo“, noto per l’enorme scultura a forma di uovo che si può ammirare transitando sulla strada nonché per la sua ottima carne alla brace, quindi proseguiamo dritti verso Bolgheri, una delle più importanti aree vitivinicole italiane, zona di mitiche etichette famose in tutto il mondo.E pensare che è una grande storia iniziata quasi per scommessa, perché un tempo da queste parti dicevano che la loro terra era “bona per le patate, non per le viti”, a eccezione del vitigno da cui ricavavano il “Rosatello”, un rosé certo di non memorabile qualità. E poi lì davanti c’era il mare, il terreno salino, l’aria salmastra, tutte cose che non andavano bene per quel tipo di coltivazione. Così dicevano allora.

La geniale idea di Incisa della Rocchetta

Ma Mario Incisa della Rocchetta, grande esperto di cavalli, creatore della famosa razza Dormello Olgiata, e grande appassionato di vini francesi, non la pensava affatto nello stesso modo. In realtà aveva notato una somiglianza morfologica tra la zona della Maremma livornese e quella di Graves a Bordeaux, per cui a suo parere il territorio sarebbe stato adatto a far crescere gl’importanti vitigni d’Oltralpe.
Così importò dalla  tenuta dei Duchi Salviati, a Migliarino, alcune barbatelle di cabernet-sauvignon e di cabernet-franc e nel lontano 1944 le piantò a Castiglioncello di Bolgheri, all’interno della Tenuta San Guido.

Seguì poi la crescita delle piante con enorme passione e con l’aiuto del grande enologo italiano Giacomo Tachis – padre, tra l’altro, udite udite, della moglie del nostro Raf! – nel 1968 ottenne le prime bottiglie di Sassicaia, uno dei migliori vini di tutta la zona (di sicuro il più famoso), oltre a essere l’unica etichetta italiana, in modo simile a poche altre francesi, in possesso d’una DOC tutta sua: la DOC Bolgheri Sassicaia.

Storia d’altri tempi, arcinota a chi opera nel settore, ma mai obsoleta, perché è da questa coraggiosa decisione di Mario Incisa della Rocchetta, che andava in controtendenza con le opinioni dell’epoca, che s’iniziò a comprendere quanto questo terreno, se opportunamente impiantato coi vitigni giusti, avrebbe potuto offrire alla causa del vino. Per fortuna altre menti illuminate seguirono la sua decisione, sorsero nuove tenute, e a poco a poco, attraverso la sapienza umana, Bolgheri da territorio inadatto alla coltivazione della vite si trasformò in un terroir d’elezione di circa 1350 ettari, una specie d’immenso giardino vitato, quasi interamente al livello del mare, come ce ne sono pochi al mondo.

Un anfiteatro naturale

«Vedete» – ci spiega Davide mentre stiamo attraversando il famoso viale di cipressi di carducciana memoria – «il territorio di Bolgheri è tutto racchiuso in una specie d’anfiteatro naturale costituito dalle alte colline che lo circondano da dietro e dal Tirreno che lo delimita davanti le cui brezze temperate, trovando l’ostacolo dei rilievi, creano un salutarissimo, costante ricircolo d’aria che mantiene le piante sempre fresche e alla giusta temperatura». Quindi questo, insieme al terreno salino e ricco di minerali, è uno dei grandi segreti di questi vini pregiatissimi, ossia tutto l’opposto di quel che si pensava un tempo. Incredibile quanto le cose possano mutare spostando semplicemente il punto di vista.

Procediamo, incantati dall’affascinante atmosfera del paesaggio, attraverso una successione di grosse tenute dai nomi altisonanti che fanno tremare i polsi e i portafogli di acquirenti da tutto il mondo, ma non sono queste le nostre mete odierne perché stavolta visiteremo delle piccole aziende, forse meno note al grande pubblico, ma che con la loro passione, la loro competenza, il loro coraggio, e soprattutto i loro ottimi vini, forniscono un importante contributo a tutta l’area.

pointingHand_50x30L’Azienda Agricola Chiappini

Giovanni Chiappini

Giovanni Chiappini

La prima è l’Azienda Agricola Chiappini che si estende, come la maggioranza, a ridosso della via Bolgherese. Fondata nel ’78 attraverso l’acquisizione di due ettari e mezzo di terra, si è espansa nel tempo fino a contare un totale di 23 ettari di cui 13 vitati dai quali vengono prodotte circa 60.000 bottiglie.

Chi ci accoglie è Giovanni Chiappini, il proprietario, uno che si è fatto da solo. Viene dalle Marche come molti altri nella zona, non molto alto, è una botte piccola che contiene il vino buono, come si dice. Sprizza energia da tutti i pori, e ha lo sguardo furbo e intelligente di chi non prende decisioni avventate.
Parla piano e sa di cosa parla perché l’ha provato sulla sua pelle. Ci spiega che oggigiorno comprare un ettaro di terra vitata a Bolgheri può costare fino a 800.000 €, come una bella casa colonica, noi sgraniamo gli occhi increduli, ma lui ribadisce che è proprio così ed è per questo che solo grandi aziende o privati con ingenti capitali alle spalle possono permettersi d’investire somme simili.
Ma se anche per ipotesi le cifre fossero più basse, mettiamo, ad esempio, 70.000 € a ettaro – il prezzo medio di mercato nel Chianti -, per 10h di terra ci vorrebbero comunque 3 milioni di euro d’investimento minimo e un’attesa più o meno di 7 anni da quando viene piantata la vite a quando si ottiene una bottiglia decente prima d’iniziare a rientrare dei soldi anticipati. Cifre e pazienza non da comuni mortali. Questa, d’altronde, è l’impresa agricola da queste parti.

Il biologico, il falco e il piccolo Fujiyama

Mentre visitiamo la sala d’accoglienza clienti, che sembra un’ampia enoteca di altissimo livello, Giovanni Chiappini ci spiega che la loro è un’azienda interamente biologica che per i trattamenti usa soltanto rame e zolfo, e che la scelta non è  dovuta tanto alle nuove tendenze di mercato quanto all’idea d’un ambiente più salutare per chi opera nella vigna. Chapeau!
E sapete qual è una delle ragioni per cui il loro simbolo è il falco? Perché secondo Giovanni quel rapace dall’alto ci vede tutti uguali, senza distinzione alcuna. Secondo chapeau!

Quando raggiungiamo la torre sopra la sala d’accoglienza sbuca fuori il sole che ci permette di scattare foto a 360°, dal mare ai monti. La sola vista vale già la visita. Davide ci dice: «Vedete quella montagna là?» – un rilievo che somiglia al Fujiyama giapponese, come fa notare Enzo –  «Be’, lì dietro ci sta il primo ettaro impiantato da Mario Incisa della Rocchetta». Rimaniamo imbambolati al pensiero che quei cabernet sauvignon e franc, che non vediamo ma c’immaginiamo, siano i progenitori (anche se rimpiantati) di quelli che abbiamo davanti in questa azienda, a cui poi si sono aggiunti il merlot e il petit verdot che insieme ai primi due formano i quattro grandi vitigni francesi che caratterizzano Bolgheri.

Guado dei Gemoli - Giovanni Chiappini

Dopo aver visitato la cantina e la bellissima barricaia, ci disponiamo a degustare i vini che ci vengono serviti in un crescendo rossiniano di squisitezza, passando dal Vermentino Le Grottine 2014, un ottimo bianco in purezza, al Bolgheri Rosso Ferruggini 2013, attraverso il Bolgheri Rosso Felciaino 2013, fino a raggiungere l’apoteosi con il Bolgheri Superiore Guado de’ Gemoli 2011 (il 2009 è un 100 pt W.S.), una delizia dell’olfatto e del palato.Per una descrizione accurata rimandiamo alla relazione di Davide Teti.

Per gli appassionati di grandi vini segnaliamo inoltre la possibilità di degustare gli IGT Lienà – Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Petit Verdot  – 4 etichette con lo stesso nome, ma dal colore diverso, di cui ciascuna rappresenta uno dei quattro grandi vitigni francesi in purezza.

pointingHand_50x30L’Azienda Agricola Campo al Noce

Dopo aver pranzato all’Orto dei Cocomeri sulla via Aurelia di Donoratico, un locale molto interessante dove si può gustare una cucina crudista a prevalentemente vegana creata con prodotti provenienti in grossa parte da agricoltura biologica e biodinamica (squisito l’hamburger alle barbabietole rosse e il dolce alle noci nonché il succo sedano/mele/zenzero al 100%), approdiamo al nostro secondo appuntamento, l’Azienda Agricola Campo al Noce di Pier Luigi Sgariglia, in Loc. Campo al Noce, sempre all’interno della DOC Bolgheri.

Pier Luigi Sgariglia

Pier Luigi Sgariglia in degustazione con la redazione di BlaBlaWine

Padre e figlio, anche loro marchigiani d’origine, ci accolgono con grande entusiasmo, sono molto simpatici, disponibili, ci fanno sentire subito a casa. Sulla nostra sinistra alcuni operai stanno potando un vero e proprio boschetto di grosse palme, davanti a noi c’è il capannone in cui avviene il processo di vinificazione. L’azienda si estende per 12 ettari di terreno di cui 5 e ½ ha vitati dai quali vengono prodotte circa 35.000 bottiglie. Dal 2014 hanno iniziato la conversione biologica della produzione che terminerà nel 2016 cosicché nel 2017 contano di ottenere la loro prima bottiglia interamente biologica.
Visitiamo le vigne perfettamente tenute, di cui conoscono ogni pianta a memoria oltre alla sua propria storia individuale. È incredibile la passione e la dedizione che i piccoli proprietari infondono nel loro lavoro arrivando a considerare le viti quasi come figli. I filari sono coltivati a cordone doppio e alcune di essi a guyot, ma Giuseppe, il padre, ci spiega che quest’ultimo è più problematico da gestire e che si ammala più facilmente di mal dell’esca.

La conversione a vigna e il marketing

Pierluigi ci racconta che questi in origine erano tutti appezzamenti agricoli di proprietà della Gherardesca da cui hanno acquistato la terra, e che inizialmente coltivavano a frutta e ortaggi arrotondando con l’affitto degli appartamenti, ma che in questo modo non ce la facevano ad arrivare a fine mese perché “quello che compravano a dieci lo rivendevano a nove”, così decisero di convertire 2 ha a vigna.

Un uomo del Consorzio di tutela chiamò l’azienda insieme ad altri tre piccoli produttori e gli chiese se fossero sicuri dell’investimento. Loro pensarono: o la va o la spacca, risposero di sì, e tirarono dritto.

 Quando fu tutto fatto e le viti impiantate, considerando anche che il marchio Bolgheri si dice che si venda da sé, gli Sgariglia credevano di essere a cavallo, ma l’uomo del Consorzio ribatté che erano solo al 30% dal momento che il resto sarebbe stato marketing. Lì per lì non gli credettero, e solo 10 anni più tardi, quando finalmente, come dicono loro, rialzarono la testa, capirono quanta ragione aveva avuto. Storie d’imprenditori coraggiosi di cui è pieno il nostro paese che invece sembra faccia di tutto per scoraggiare l’impresa privata che in realtà ha sempre rappresentato la sua spina dorsale.

Un eccezionale rapporto qualità-prezzo

Veniamo introdotti nel capannone dove sono conservati i tini in acciaio nei quali avviene la prima fermentazione e la malolattica prima di passare in barrique, a seconda dei vini, quindi ci fermiamo per la degustazione nella loro casa molto accogliente. Scherziamo, ridiamo, l’atmosfera è gioviale e saltano fuori anche le barzellette.

Assaggiamo i 4 vini che producono e che possono vantare un rapporto qualità-prezzo assolutamente eccezionale: 1. un Vermentino in purezza Bolgheri DOC, 2 rossi blend, l’Assiolo e il Miterre entrambi Bolgheri DOC, composti da Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, con in più il Syrah solo per il secondo, e infine il Riverbero, un Bolgheri Superiore, Cabernet Sauvignon – Cabernet Franc, il cui costo è ridicolo rispetto all’ottimo naso, al colore e al gusto (per una descrizione accurata rimandiamo alla relazione di Davide Teti).

 Quando usciamo da lì siamo mezzi brilli (Raf meno perché deve guidare) ma felici e consci di aver visitato aziende che sanno cosa significhi tirare su dal nulla, col sudore della fronte, un business di successo.

Una bella sorpresa

Dovremmo far visita a una terza tenuta ma il proprietario avverte Davide che non può riceverci dal momento che la moglie ha le doglie e lui deve correre in ospedale. Ci mancherebbe altro. Facciamo i nostri migliori in bocca al lupo a tutta la famiglia del nascituro.

Quando torniamo indietro Davide ci indica il cartello “Marina di Bibbona” e ci fa: «Qui finisce la DOC Bolgheri, e nonostante si tratti della stessa terra, dello stesso mare, della stessa aria, dello stesso clima, i terreni da ora in poi costano la metà».
Incredibile, no?