car trailsCome arrivarciDalla A1 uscita di Firenze Impruneta (ex Firenze Certosa) o  di Valdarno, proseguire sulla Chiantigiana per Greve.

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Nicola e cielo azzurro

Anche questa visita ci è stata organizzata da Nicola Bernini che mi sento di omaggiare con sincera gratitudine perché non è semplicemente la nostra ormai leggendaria guida chiantigiana, ma anche un ragazzo d’oro, l’amico che tutti vorremmo. Davvero, lo dico col cuore. Potrei limitarmi a una semplice, asettica, segnalazione, ma quando uno se lo merita se lo merita, no?
Quindi affrettatevi a prenotare tanti tour con lui (http://www.toscanadinico.com), perché oltre che una bella esperienza in ogni senso non rimarrete delusi nemmeno dal rapporto umano. Fidatevi.

NICOLA BERNINI

PHONE: +39 333 9909167
MAIL: nicola_bernini@me.com
WEB: http://www.toscanadinico.com

Questo percorso è stato realizzato grazie all´amicizia e alla collaborazione di Nicola, Guida Turistica Nazionale che ci ha condotto per queste zone con sapienza e passione.


Nicola-Bernini-visitcard

È un’altra mattina di sole pieno. Senza compromessi. Qualche nuvoletta bianca qua e là, qualche etereo filamento di vapore che si allunga indolente, sonnacchioso, sulle nostre teste, ma per il resto denso azzurro a non finire.
Porta davvero bene Blablawine“, penso, molto bene. È la seconda giornata così in un’intera settimana di pioggia. Stiamo ribaltando pari pari la legge di Murphy. Da noi, “se qualcosa può andare male, andrà bene”. Non sempre, ovvio, ma spesso succede.
Sarà forse il nostro pessimo, incorreggibile, e molto poco intellettuale, ottimismo, o magari l’amore che mettiamo in questo lavoro, a bilanciare i precisi colpi della iella? Perché si sa, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo. Boh. Misteri divini.

vista panoramica delle vigne a Fontodi

L’orgoglio di appartenere alla grande famiglia Manetti

Silvano Marcucci con Vieri (al telefono con la moglie)

Silvano Marcucci con Vieri (al tel. con la moglie)

Insegna FontodiSilvano Marcucci, che si auto-definisce assistente e impiegato di Fontodi, porta me e Raf alle vigne sul suo Freelander e ci fa da Cicerone nella temporanea assenza del titolare, ma ci tiene subito a chiarire un concetto-base: lui ci scarrozzerà in giro per i campi e ci spiegherà quello che sa, d’accordo, però lo farà unicamente perché per un’oretta mancherà l’unico e solo grande capo a cui sono tutti semper fidelis, Giovanni Manetti, che coordina, amministra, e dirige l’intera azienda. In altre parole 35 persone, 170 ha di superficie, di cui 85 ha a vigna, dai quali vengono prodotte circa 300.000 bottiglie l’anno, e 30 ha a olivo, il tutto nella mitica conca d’oro di Panzano sempre al sole (esposizione sud-sud-ovest) della quale, se non sono monopolisti, poco ci manca. Punto.
È un uomo senza fronzoli, quello che abbiamo davanti, un tipo solido originato quasi per partenogenesi dalla sua robusta terra. Uno che dice le cose come stanno.
Bene, ci piace molto sapere le cose come stanno.

La famiglia Manetti ha acquistato Fontodi nel ’68 – ci fa – Fu a Dino, il babbo di Giovanni, che aveva sempre avuto “il pallino” di acquistare un podere a Panzano, che capitò questa opportunità, e non se la fece sfuggire.
Ah. Ma non è che, per caso, il grande capo ha qualcosa a che vedere con un altro leggendario Manetti, quello del cotto?

Sì, è il fratello Marco, la cui stirpe produce terracotta dal 1700, la mitica fabbrica Manetti Gusmano & Figli, “giù al Ferrone” che, chiunque abiti nel Chianti, ma no, di più, come minimo in tutta la Toscana, conosce bene.
Ah be’. Ci chetiamo subito. E molte risposte in noi iniziano a prendere forma e sostanza.
Ma la verità, ci spiega, è che se Fontodi funziona, eccome se funziona, è grazie soprattutto allo spirito di collaborazione e di stima reciproca che esiste tra ogni membro della “grande famiglia allargata” dell’azienda. Questa è la verità.

Vitigni di Fontodi, azienda biologica certificata, biodinamica di fatto. Il Flaccianello della Pieve

Il loro vitigno principe è, come c’immaginavamo, il sangiovese, 95% del totale dell’uvaggio, mentre il misero 5% rimanente è diviso tra syrah, pinot nero, sauvignon bianco e malvasia. Solo monovitigni, però, ciascuno di loro in purezza, niente blend a Fontodi. Interessante.

Nell’81, dalla bella vigna che abbiamo di fronte, fu prodotto il primo Flaccianello della Pieve, il loro supertuscan di punta che rappresenta lo spirito del sangiovese cresciuto nella conca d’oro. Adesso però non è più così, perché dal 2001 hanno ideato un prodotto ancora superiore derivandolo dalla selezione delle migliori uve dei vigneti più vecchi, con minimo 25 anni d’età, da cui vengono tratte, a seconda delle annate, dalle 30.000 alle 70.000 bottiglie. Il resto dei grappoli confluisce nel Chianti Classico base, il loro “biglietto da visita”, ossia circa il 60% del totale della produzione.

L’azienda è biologica certificata dal 2008, ma è dagli anni ’90 che hanno iniziato a lavorare perché questo potesse avvenire. D’altronde gli ettari sono tanti, il terreno doveva essere ripulito da tutte le sostanze utilizzate in precedenza, mentre alla vite era necessario entrare in sintonia con la natura circostante.

Silvano che guida la sua jeep

Pilota, e…

jeep-1

Vieri fa da passeggero nella jeep di Silvano

Navigatore

Fontodi, giro per i vigneti in jeep

Sono inoltre biodinamici di fatto, e forse di più, perché per concimare non utilizzano preparati (ad es. corno letami et similia), ma un compost derivato dal letame delle “chianine” che tengono a valle, dalla potatura delle piante e dalla vinaccia fermentata per un anno, tutta “roba loro”, come anche l’orzo piantato tra i filari.

Il guyot semplice allungato e il pH alto del terreno

Guyot-Vieri-e-Silvano

capo a frutto guyot fontodi

Silvano ci spiega la composizione del suolo a Fontodi

Nella terra d’elezione del cordone speronato, che a un certo punto è sembrato una panacea per tutti i mali, Fontodi non si è fatta irretire dalle facili soluzioni e ha invece optato per il solo guyot semplice allungato perché la vite è più resistente e a parer loro produce una qualità di uve superiore.
La verità è che col sistema di allevamento a cordone speronato le

piante dopo 20-30 anni iniziano a soffrire e devono essere sostituite, mentre col guyot si possono raggiungere anche i 60-70 anni di sopravvivenza, e questo nonostante il terreno possegga un alto pH di acidità essendo prevalentemente composto da calcari marnosi, comunemente conosciuti come galestri, e quindi presenti una spiccata mineralità. D’altra parte, come molti altri affermano, anche per loro “il vino si produce in vigna“.

Il Freelander che si accende quando gli pare. Vacche “chianine” e possente toro

Risaliamo tutti sul Freelander che fa molto Camel Trophy, o Uomo del Monte, a vostra scelta, ma il motore è morto. Silvano chiama al cellulare il meccanico, probabilmente abituato al genere di guasto perché s’intendono subito sul problema, ma quello, poveraccio, è in tutt’altre faccende affaccendato e non può venire.
Prendiamo allora un’altra jeep, verde militare, ancora più da battaglia del Freelander, mentre Silvano ci spiega che da loro i fuori programma sono all’ordine del giorno. Ottimo, ci piacciono anche i fuori programma.
Scendiamo a valle sballottati qua e là, ma gli ammortizzatori, al contrario di noi, non temono buche né fossi. Divertente.
La proprietà è stata recintata per circa 17 km in modo da difendersi da caprioli, cinghiali e daini, ghiotti dei germogli e dei grappoli d’uva.

Vieri in Stalla a Fontodi

Ollo, il montone

Chianine a Fontodi - Panzano

Chianine a Panzano Vigneti Fontodi

Arriviamo al recinto delle “chianine”. Sono belle, sembrano davvero in ottima forma, anche se un paio di loro verranno prelevate questo mese per “darle in pasto” a Dario Cecchini, o meglio, per i pasti che Dario Cecchini offrirà ai propri clienti. E così il mese prossimo. E quello dopo. E così via. Però, badate bene, solo dall’età di otto anni in poi. Che ci volete fare? Vita da vacche.

La famiglia ha iniziato l’allevamento nel 2000 spaccato. Quattro femmine e un toro che si chiamava “Ollo”, e che ha dato il suo bel contributo affinché s’incrementassero i capi. Quattro anni fa poi è stato sostituito da “Nello” che si destreggia alla grande con quindici femmine fattrici da cui nascono ogni anno almeno una decina di piccoli. E Dario Cecchini ringrazia.

Foto panoramica della stalla di chianine alla fattoria di Fontodi

Tutta l’erba e l’orzo che ruminano, però, va sottolineato, provengono dalla loro terra, e rendono l’azienda bio-sostenibile. Un tempo ogni contadino che si rispettasse possedeva almeno due vacche per l’agricoltura e il lavoro nei campi, e tutti venivano qui perché c’era la monta taurina, poi negli anni ’70 le cose cambiarono e adesso, di 20.000 capi esistenti, sono rimasti solo quelli della famiglia Manetti.

La cantina di Fontodi

Torniamo su su su fino alla sede dell’azienda, e approdiamo alla bellissima cantina che, come molte altre del suo genere, è stata concepita nel sacro principio della gravità in modo da evitare l’utilizzo di pompe o strumenti meccanici che potrebbero danneggiare l’uva o il vino durante il processo di vinificazione.

panoramica della cantina di Fontodi

Fanno una doppia, severissima, selezione dei chicchi che, secondo il vigneto, finiscono nei rispettivi serbatoi in acciaio (5000 hl), perché già durante la raccolta i lavoranti sanno perfettamente a quali vini saranno destinate le uve: in questo modo possono essere tenute ben separate sia durante la fermentazione, che durante la malolattica, che durante la maturazione. Solo dopo due anni verranno assemblate e si otterrà una massa omogenea di Chianti Classico e una di Flaccianello della Pieve. Oltre agli altri vini monovitigno.

Fontodi, nastri di selezione delle uve

Fontodi, nastri di selezione

 

Fontodi vasi vinari in terracotta 

Fontodi, vasi vinari, interno della cantina

Fontodi, vasi vinari

 

Fontodi bottaia 

La macerazione alcolica e la fermentazione, a seconda del tipo di vitigno, avviene in 3-4 settimane a temperatura controllata tra i 20° e i 30°. Oltre ai rimontaggi, tramite i doppi pistoni idraulici operano le varie follature. Finito questo processo, vengono separate le vinacce che, pressate, saranno destinate ad alimentare il compost, perché Giovanni Manetti non ama la grappa.
Il vino poi passa nella parte sottostante, in barrique (Flaccianello e Vigna del Sorbo la loro Gran Selezione) e in botte grande (Chianti Classico), dove a 23°, col 90% d’umidità, avviene la malolattica che varia in un tempo incerto da novembre ad aprile.
Non fanno uso di lieviti ma solo di materiale indigeno contenuto all’interno delle bucce in buona quantità grazie anche alle basse rese (60 quintali uva/ettaro per il Chianti Classico e 30 quintali uva/ettaro per il Flaccianello della Pieve) che sono sempre sinonimo di qualità.

Rosone in terracotta su vasi vinari

In totale posseggono 1500 barrique, solo di legno francese (Allier e Tronçais, di tostatura media, leggera, e qualcuna anche non tostata) che utilizzano al massimo per tre passaggi più o meno in 6 anni. Il vino vi matura per circa due anni a una temperatura tra i 15°-16° con l’80% di umidità.

Ogni settimana attuano il classico bâtonnage con cui, attraverso uno strumento simile a un mestolo, rimettono in sospensione tutte le sostanze che precipitano sul fondo.
Due volte l’anno il vino viene travasato. Ogni 20-30 giorni le barrique vengono ricolmate con l’apposito “colmatore” che impedisce il passaggio dell’aria espellendo al contempo la CO2. In tal modo le botti possono essere sempre piene e si evitano problemi di ossidazione e acidità.

Arriva Giovanni Manetti, il grande capo

Ecco che a un tratto, dalle profondità della cantina, appare il boss come un nume tutelare del buon vino.
Ma non intimorisce per niente, anzi, è un uomo elegante, piacevole, molto cordiale, che subito dà il cambio all’ottimo Silvano, il quale, come avete potuto leggere, ha fatto più che la sua parte. Applausi per lui.
Ci spiega come travasano le barrique, come le svuotano, le lavano, e le riempiono di nuovo.

Giovanni-Manetti-con-BlaBlaWine

Giovanni Manetti con Raffaele D´Amico

Giovanni Manetti con Raf di BlaBlaWine.com

Ci racconta dell’incontro con Giacomo Tachis e della venerazione che tutti gli “addetti ai lavori” nutrono per la sua splendida biblioteca, forse la più importate d’Italia, dove si trovano perle di volumi inaccessibili ai più.
Visitiamo il magazzino, davvero pieno di luce, come del resto la cantina. Si lavora meglio così. Anche il vino, crediamo.
Poi saliamo sull’ampia terrazza panoramica, a un bordo della quale si distende, in tutta la sua piccolezza, la vignettina personale del proprietario che coltiva con le sue proprie mani e che in omaggio alla sua passione per il ciclismo ha costruito a raggiera, così come la parte di terrazza di fronte a essa.

Fontodi, interno del Magazzino di spedizione

Finiamo nella sala degustazioni, insieme al signor Klaus Johann Reimitz, di cui per ora non diciamo nulla anche se è probabile che nelle prossime puntate ne sentiremo di nuovo parlare, e un giovane studente straniero di enologia.
Assaggiamo il vino chiamato “Dino” in onore del padre. È un sangiovese in purezza, selezione speciale, che viene fermentato in botti di terracotta, materiale di cui certo non scarseggiano in famiglia. Rimane “sulle bucce” per nove mesi, finché non viene travasato in anfora dove matura per altri sei. Il tutto senza aggiunta di solforosa.
Per ora viene definito “un esperimento“. A noi pare molto ben riuscito, quasi sorprendente. Ma oltre non andiamo per non influenzare il vostro giudizio e perché Blablawine ha tutt’altre finalità che la valutazione sui vini di cui si usa e si abusa fin troppo. No?

Un’altra bellissima esperienza che vi consigliamo. Venire per credere.

Fontodi degustazione del Dino

Fontodi degustazione 2

Degustazione con Giovanni Manetti s Fontodi

Fontodi degustazione 3

P.S. A proposito, avete mai visto un toro vero, tutto bianco, in mezzo all’harem di mucche? Be’…

P.P.S. Invio ad Alessia, mia moglie, le bucoliche foto delle giovenche e di “Nello”. Il problema è che sono seduto a un tavolo di Dario Cecchini in attesa d’un hamburger.
Lei mi dice: – Ma bravo, e ora te le stai mangiando.
Le rispondo: – Fanno una splendida vita, stanno benissimo, sono belle grasse, nutrite, ruminano l’erba dei campi della conca d’oro, chi sta meglio di loro? Poi tanto tutti un giorno si deve morire. Noi si muore senza servire a nulla, loro invece sì.
Ma non sono molto convinto del mio ragionamento capzioso. Contraddizioni e paradossi della mente umana che si auto-giustifica pro domo sua. Difficile però resistere alla “ciccia” del Cecchini.
Arriva l’hamburger. Buonanotte.