car trailsCome arrivarciDa Firenze o Siena seguire le indicazioni per Greve e poi per Panzano; giunti in paese proseguire per Mercatale seguendo le indicazioni aziendali.

IndirizzoClicca sul pin della mappa per visualizzare l´indirizzo esatto.

Giampaolo Motta, dal cuoio al vino passando per Bordeaux

Dopo la visita a Fontodi (v. articolo precedente), io e Nicola Bernini (http://www.toscanadinico.com), il pomeriggio ce ne andiamo bel belli a un’altra azienda d’eccezione nella zona di Panzano: Fattoria La Massa.

Ci accoglie Francesco Mazzi – braccio destro di Giampaolo Motta,  il super-boss – che si occupa della cantina, e anche lui, come il suo illustre predecessore della mattina (Silvano Marcucci, n.d.r.), ci parla subito con devozione del grande capo e della sua storia. Sembra proprio che da queste parti il fattore umano, le forti personalità, siano quasi più importanti della terra, del clima, dei vitigni, o comunque non inferiori ad essi. Questo per sottolineare, una volta tanto, uno dei tre aspetti fondamentali che vanno a comporre il concetto di terroir,  forse quello più sottovalutato e non di rado anche dimenticato.

NICOLA BERNINI

PHONE: +39 333 9909167
MAIL: nicola_bernini@me.com
WEB: http://www.toscanadinico.com

Questo percorso è stato realizzato grazie all´amicizia e alla collaborazione di Nicola, Guida Turistica Nazionale che ci ha condotto per queste zone con sapienza e passione.


Nicola-Bernini-visitcard

Ma la storia del grande capo la apprendiamo poco dopo dalle sue proprie labbra non appena si fa vivo. E “farsi vivo” credo sia l’espressione più adatta a un uomo che sprizza davvero energia da tutti i pori.
È un napoletano intraprendente, affascinante, dalla voce pacata e l’erre moscia che avvolge l’ascoltatore come la melodia d’un’arpa e che fa tanto quartieri bene, acculturati, e benevolmente gaudenti.
La sua famiglia è nell’industria del cuoio da più di 200 anni, un’impresa importante, di alto livello, ma lui, dopo una breve carriera nell’azienda, nel 1988 decide di dedicarsi al vino che ha imparato ad apprezzare e ad amare in Francia, a Bordeaux, dove ha studiato chimica presso una scuola che include anche l’istituto enologico. È lì che nasce tutto, anche la decisione d’importare nel cuore del Chianti Classico un pezzo di quella terra magica.

Il secondo salto mortale: da operaio a proprietario terriero in quattro anni

La Massa - Giampaolo-Motta-e-FMazzi

Giampaolo Motta con Francesco Mazzi

Ma l’importazione non avviene subito. All’inizio non è mai facile, si sa, o si nasce “figli di” in un certo campo, o bisogna rimboccarsi le maniche, e col sudore della fronte ridurre il gap. E così fa Giampaolo che lavora come operaio per aziende vitivinicole del calibro di Riecine, Castello di Albola, Castello dei Rampolla, per citare le più importanti, allacciando molti solidi rapporti che torneranno utili in futuro, finché nel 1992, venuto a sapere che La Massa era stata messa in vendita, decide incredibilmente di acquistarla. Si indebita fino al collo, divide l’azienda in tre parti, ne rivende a sua volta due e ne tiene una. I suoi amici operai, quando vengono a saperlo, non credono alle loro orecchie.
L’idea funziona e a poco a poco dà i suoi frutti. I primi dieci anni rimane nel Consorzio del Chianti Classico grazie anche all’assistenza e alla consulenza di Carlo Ferrini che ben presto diviene stima e amicizia poi, mutando il progetto dei vini, muta anche il consulente con cui ha ormai instaurato un rapporto ventennale, Stephane Derenoncourt.

L’azienda intanto cresce, avendo come progetto la costruzione del modello francese del “lieu-dit“, ossia di una località dove si produce uva di qualità da generazioni, e la speranza è che i figli possano portarne avanti la realizzazione.

Per ora le cose vanno bene, c’è una bella squadra di appassionati che dà il suo fondamentale contributo giornaliero, anche se sono sempre costretti a lottare su tutti i fronti per riaffermare i principi in cui credono, ma in ogni caso senza nessuna furia, e per farmi capire cosa intende cita la frase del libro scritto da un amico in cui si è identificato: “Si dice che l’alcol uccida lentamente, noi ce ne freghiamo, non abbiamo fretta“. Non male.

La Massa, the fuck-the-system-winery

Rispetto al tradizionale, rigido, contesto del Chianti Classico,  una denominazione famosissima nel mondo che produce vino dal 1400, loro si sono trasformati in un qualcosa di anomalo, una specie di “punto nero“, cosi definisce la sua impresa Giampaolo. Nel supermeccanismo del Consorzio il big boss si sentiva sempre più stretto, poco a suo agio, così, nel 2002, spinto da un’irrefrenabile anelito di libertà, decide di separarsi e di creare non una realtà fra tante simili, ma la sua propria. Il metodo vincente rimane sempre quello bordolese, ne è straconvinto: approccio scientifico, minuziosa analisi del terreno, ricerca, studio, rigore, precisione, attenzione ai dettagli, nessun compromesso sulla qualità, concetti piuttosto semplici, sì, che però, come tutte le cose semplici, non sono affatto scontati. Perché un conto è dire e un altro è fare.

Fattoria La Massa - Panzano foto panoramica

Ma perché? Cosa c’è che non va nelle regole del Chianti Classico?
Niente, però cerchiamo di spiegare la sua posizione alternativa attraverso i dati. Spesso si parla di galestro in generale, tuttavia solo nei loro 20 ha, dopo aver effettuato oltre settanta carotaggi, sono stati registrati ben 25 tipi differenti di galestro. Una realtà molto più eterogenea di quello che si potrebbe pensare.
Il sangiovese, il vitigno principe toscano, è relativamente giovane, mentre vi sono tracce storiche di cabernet sauvignon, di merlot, di alicante, uve portate dai Medici più o meno nel XVI secolo, che hanno contribuito all’eccellenza di questi vini.

La Massa - Vini prodottiTutto questo dimostra la logica necessità di uscire dall’idea preconcetta che un vitigno sia l’unica espressione d’una territorialità, quando in verità un vitigno è solo uno dei mezzi d’espressione d’un territorio a cui deve essere accordata totale libertà di parola.
E in questo caso che tipo di suolo abbiamo? In genere molto drenante, povero, non ricco d’azoto, le piante vegetano meno, la resa è minore, ma i risultati sono prodotti di alta qualità, tutto torna in modo estremamente razionale, no? D’altronde Giacomo Tachis diceva che “la vite dà il meglio di sé tra la vita e la morte. Una definizione lapidaria, potentissima, che è rimasta indelebile nel mio animo e che oltrepassa di gran lunga l’ambito a cui si riferisce facendosi metafora di ben altro.

Così, da un misto di scienza e filosofia personale, nascono i loro tre rossi: il base, un assemblaggio di sangiovese, merlot, cabernet sauvignon e alicante bouschet, che rappresenta magnificamente la loro scelta aziendale, l’orientamento “allegro”; il secondo, un blend di cabernet sauvignon, merlot e petit verdot; il terzo, un sangiovese in purezza che viene da un pezzo di terra specifico. Tutti fuori dal disciplinare, tutti che se ne fregano del sistema chiuso urlando a squarciagola il primato del territorio in sé sulle regole del territorio. Talmente a squarciagola che già nel 2001, prima di separarsi dal Consorzio, sulla retro-etichetta del “La Massa“, il loro IGT base, inserirono l’immagine simbolica, “vagamente allusiva”, d’un gallo nero infilzato allo spiedo. Poi rimpicciolita su “pressioni dall’alto”, ma il fatto eclatante rimane. Be’, signori, se non è una fuck-the-system-winery questa, come disse con una brillante intuizione un giornalista canadese, quale altra lo è?

La Massa Outline

La Massa, Giorgio Primo Outline

Tutto questo dimostra la logica necessità di uscire dall’idea preconcetta che un vitigno sia l’unica espressione d’una territorialità, quando in verità un vitigno è solo uno dei mezzi d’espressione d’un territorio a cui deve essere accordata totale libertà di parola.
E in questo caso che tipo di suolo abbiamo? In genere molto drenante, povero, non ricco d’azoto, le piante vegetano meno, la resa è minore, ma i risultati sono prodotti di alta qualità, tutto torna in modo estremamente razionale, no? D’altronde Giacomo Tachis diceva che “la vite dà il meglio di sé tra la vita e la morte. Una definizione lapidaria, potentissima, che è rimasta indelebile nel mio animo e che oltrepassa di gran lunga l’ambito a cui si riferisce facendosi metafora di ben altro.

Così, da un misto di scienza e filosofia personale, nascono i loro tre rossi: il base, un assemblaggio di sangiovese, merlot, cabernet sauvignon e alicante bouschet, che rappresenta magnificamente la loro scelta aziendale, l’orientamento “allegro”; il secondo, un blend di cabernet sauvignon, merlot e petit verdot; il terzo, un sangiovese in purezza che viene da un pezzo di terra specifico. Tutti fuori dal disciplinare, tutti che se ne fregano del sistema chiuso urlando a squarciagola il primato del territorio in sé sulle regole del territorio. Talmente a squarciagola che già nel 2001, prima di separarsi dal Consorzio, sulla retro-etichetta del “La Massa“, il loro IGT base, inserirono l’immagine simbolica, “vagamente allusiva”, d’un gallo nero infilzato allo spiedo. Poi rimpicciolita su “pressioni dall’alto”, ma il fatto eclatante rimane. Be’, signori, se non è una fuck-the-system-winery questa, come disse con una brillante intuizione un giornalista canadese, quale altra lo è?

La Massa, né biologici né biodinamici, ma logici e dinamici

Un’altra definizione originale d’una azienda molto originale. In fondo questo è un mestiere che richiede una continua dinamicità, non ci si può fermare al protocollo, ci spiega Francesco. Devono sempre stare sul territorio, vedere, osservare, capire. La natura non segue il manuale.
Quanto alla logicità, a questo punto credo sia chiaro come sia un principio che presiede a tutte le loro operazioni. Tra l’altro Giampaolo vive qui, quindi non avrebbe nessun interesse ad usare pesticidi o trattamenti sistemici. Tuttavia in alcune fasi delicate dell’anno, la più critica in genere è a giugno, in caso la stagione sia molto piovosa e quindi a rischio, preferiscono adottare un trattamento sistemico, di sintesi, entrando in vigna col trattore, usando gasolio, rame, in maniera un po’ più invasiva una volta e basta, piuttosto che 3-4 a base rameica. È una scelta. Una visione. Che spesso paga.

Per il resto anche loro fanno inerbimento, un filare sì uno no è seminato con miscugli che variano in funzione dei terreni, in cantina non usano lieviti né tannini. Mentre i solfiti ovviamente sì, ça va sans dire.

Anche il sistema d’allevamento è studiato in base all’abbinamento vitigno-terreno, quindi in grossa parte cordone speronato ma anche guyot. Niente è mai lasciato alle mode, o a idee preconfezionate, tutto è rapportato sempre a ciò che è “sul campo”, non a ciò che dovrebbe o potrebbe essere.

Nico, Francesco e amiche

Nico e Francesco, con le loro simpatiche amiche

La super-cantina di Bernard Mazieres

È l’architetto delle cantine di Château Latour, Château Pétrus, Château Mouton Rothschild, devo aggiungere altro? Un giorno Giampaolo gli scrive una lettera spiegandogli che non è Rothschild ma che vorrebbe fare qualcosa di particolare.
Avrebbe dovuto essere un breve incontro, invece l’architect s’intrattiene a lungo alla fattoria, rimangono ore insieme, si studiano, si piacciono e diventano amici. Al punto che il paventato preventivo risulta abbordabile.
Si realizza così, nel 2011, il sogno d’una intera vita: una cantina che permetta a tutti di lavorare nel migliore dei modi, sotto ogni profilo, attribuendo sempre la massima attenzione alla qualità.

La Massa, Panoramica della Cantina

Visitiamo la prima stanza, dedicata solo al trattamento delle uve. Qui i grappoli vengono raffreddati a 7-8°, successivamente diraspati, quindi gli acini sono rigidamente selezionati attraverso un tavolo vibrante che consente loro di distendersi su un unico strato.
Dopodiché, con vari accorgimenti che permettano ai chicchi di rimanere inerti a contatto con l’aria, passano nella sala di fermentazione.

Entriamo dentro e l’impatto è molto forte, intenso. La striscia centrale di pavimento è una scacchiera bianca e nera, che mi ricorda qualcosa anche se ancora non realizzo cosa. Ai lati ci sono le bocche delle vasche in acciaio dove l’uva viene inserita per gravità. Tutto è perfettamente pulito, lindo, non c’è una sbavatura né uno schizzetto, sembra più un laboratorio chimico che una cantina. Si ha comunque subito l’impressione che costituisca la base solidissima per un lavoro eccellente, di massimo rigore scientifico. Le voci tendono ad abbassarsi per rispetto ad un ambiente quasi sacro nella sua alterezza.
Si parla di rimontaggi, di follature, di varie finezze tecniche consentite da strumenti ultramoderni, tuttavia l’occhio rimane catturato, distratto, dal contesto inusuale.

La Massa interno della Cantina

Passiamo nella barricaia, fuori dal circuito di pressione, isolata completamente. Gode di ventilazione forzata, per la cui realizzazione si è anche fatto uno studio sul convogliamento dell’aria che viene cambiata ogni 60 minuti, purificata, sempre a temperatura e umidità controllate. Anche questo un ambiente pulitissimo dove nessuna muffa ha possibilità di proliferare.

Giampaolo Motta e la sua “smodata” passione per la Formula 1

Scendiamo nella sala sottostante, dove ci sono le pance delle vasche d’acciaio, e se siete già stupiti dall’eccentrica simpatia del personaggio e dalla sue scelte fuori dal comune, vi aspetta la sorpresa più grande. Quella che credevate essere una cantina di vinificazione è in realtà l’interno/esterno d’una Ferrari. Sì, proprio così, l’idea è quella d’un grosso drappo rosso-corsa originale (il soffitto), per riprodurre il quale è stato usato un vero musetto da Formula 1, sostenuto da cavalletti di carbonio, su una bandiera a scacchi (ecco cos’era quel pavimento a quadri bianco e nero!), e 6+6 cilindri (le vasche), ossia il V12, l’architettura più bella di Enzo Ferrari. Mentre le stanze laterali della cantina sono tutte nere perché rappresentano le ruote.
Presto la cantina sarà poi riempita dalla gran quantità di cimeli che Giampaolo ha collezionato negli anni, e probabilmente anche da modelli di auto di amici.
Sbalorditi? Bene, non è finita, degustate i vini e lo sarete ancora di più.

La Massa Corridoio Cantina

La Massa, Tino di Fermentazione

La-Massa-c.-Cantina

La Massa, vini da corsa vincente

Dopo aver visitato la stanza a se stante in cui vengono gestiti i vini torchiati, che rappresentano, oltre che una riserva di tannini e di struttura fondamentale da aggiungere al taglio finale, anche un notevole vantaggio economico costituendo il 15% della loro produzione totale, approdiamo nella sala degustazione. Là dove tutto ciò che abbiamo appreso deve condensarsi in qualcosa di concreto. Là dove le parole diventano fatti.

Citazione di Giampaolo Motta
Iniziamo col La Massa 2013, 60% sangiovese, 30% merlot,  10% cabernet sauvignon e alicante bouschet, di cui fanno, secondo le annate circa 150.000 bottiglie. Dietro a esso c’è una filosofia costruttiva. Giampaolo è contrarissimo ai vini naturali. La natura fa l’uva e l’aceto, è l’uomo che fa il vino.
È un vino piacevolissimo che si consuma molto all’estero, al bicchiere, in alta ristorazione. Parla della Toscana sorridendo, con allegria. Un entry level che prende 93 punti da Parker, per dire.

Quindi assaggiamo il Carla 6 2012. Carla è la figlia. 6 il numero della vigna. Perché loro sono molto pragmatici e le vigne hanno numeri, non nomi di fantasia. Sangiovese puro, l’intento era quello di farlo basato sull’acidità e la mineralità non sul tannino. L’espressione, appunto, di un terreno che marca molto la grafite, il gusto della matita quando da bambini si succhia la punta a scuola, per intendersi, la polvere da sparo, il metallico. È di alto livello, e purtroppo ne fanno solo 4500 bottiglie all’anno.

Quindi passiamo al Giorgio 1° 2012, un regalo al nonno la cui firma originale si trova sull’etichetta. Una figura fondamentale nella sua vita, che l’ha aiutato nei momenti difficili, che ha sempre amato tantissimo, e a cui aveva promesso di dedicare un grande vino. E io credo che ci sia davvero riuscito. Primo ha il significato di primeur vin, il primo vino. Giorgio tra l’altro è anche il figlio, quindi un nome fondamentale nella sua famiglia.
È un assemblaggio di cabernet sauvignon, merlot e petit verdot, i vitigni più vicini al suo cuore, che crescono nei terreni più vocati. È un vino che rappresenta la sua passione per il vino, così ne parla Giampaolo. Ne producono dalle 15.000 alle 20.000 bottiglie all’anno.
Con l’ago da biopsia del “Coravin” estraiamo anche 3 bicchieri del 2011, tanto l’argon ricolmerà la parte mancante. Una delizia del naso e del palato. In genere a Blablawine non diamo giudizi sui vini, non è nei nostri fini. Per La Massa facciamo una piccola eccezione perché se lo merita. Quel che è giusto è giusto.
Non aggiungo altro per non rovinare la meravigliosa capacità di affabulazione che mostra Giampaolo, quasi una mitopoiesi in atto.

Mentre me ne torno via in auto sento ancora in bocca quelle gocce di splendore. Un’altra grande esperienza di Blablawine.

La Massa - Giampaolo Motta e il suo Team

Giampaolo Motta e il suo Team

Giampaolo Motta in Campagna