car trailsCome arrivarciA1 uscita Valdarno: 40 minuti in macchina. L´  azienda si trova ai piedi del Castello di Brolio

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Un nuovo amico per un percorso diverso dal solito

Oggi siamo in tre: io, Raf e un nuovo amico di cui, ne sono sicuro, da qui in avanti sentiremo parlare spesso.
Non è uno qualunque da queste parti, nella zona del Chianti Classico, anzi si può dire che sia una vera e propria autorità, se non nel significato istituzionale del termine, in quello assai più concreto della conoscenza dei luoghi, della loro arte, della loro storia, della loro natura, del loro folklore, e perché no, anche della loro cucina. Insomma, in tutti i sensi.

Si chiama Nicola Bernini, abita a Panzano in Chianti, ed è giovane, simpatico, aperto, gioviale e già molto esperto, una perfetta guida turistica (autorizzata per Siena e provincia) che ci accompagnerà in percorsi un po’ diversi dal solito in cui la visita alle aziende vitivinicole sarà parte d’un itinerario storicamente, artisticamente e naturalisticamente più ampio e, crediamo, ancora più affascinante.

NICOLA BERNINI

PHONE: +39 333 9909167
MAIL: nicola_bernini@me.com
WEB: http://www.toscanadinico.com

Questo percorso è stato realizzato grazie all´amicizia e alla collaborazione di Nicola, Guida Turistica Nazionale a cui dobbiamo gran parte delle emozioni vissute in questo tour.


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Prima tappa: la Necropoli etrusca del Poggino di Fonterutoli

In una calda e un po’ grigia mattina di fine febbraio, Nicola ci conduce dalla sua bella Panzano verso la Necropoli etrusca del Poggino di Fonterutoli, nel comune di Castellina in Chianti, di cui, immagino, in pochi avranno sentito parlare non essendo segnalata quasi da nessuna parte se non da un cartello sbiadito piantato su una strada sterrata.

Calando un pietoso velo sulla totale assenza delle autorità (questa volta in senso istituzionale) preposte al mantenimento e alla (si fa per dire) valorizzazione dei beni culturali del nostro paese, mentre ci dirigiamo verso la prima meta osserviamo dall’alto il paese di Fonterutoli, sede dell’omonima azienda vitivinicola di proprietà dell’importante famiglia Mazzei.

Antiche rivalità tra Firenze e Siena

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Nicola ci spiega che il paese è il luogo dove fiorentini e senesi s’incontrarono all’inizio del ‘200 per firmare due trattati di pace che – congiuntamente al primo in assoluto tra di loro, risalente al 1176 stabilirono i confini tra i due comuni.
Essi furono stipulati all’interno della chiesa di San Miniato, tipico santo fiorentino, per rendere ancora più chiaro ed esplicito a chi appartenesse il paese, e siccome questo si trova più o meno a cinquanta chilometri da Firenze e a soli dodici da Siena, l’evento ci dà la misura dell’influenza che aveva nel Chianti l’attuale capoluogo toscano. Tanto che Siena, per questa sorta di chiusura verso nord, tese ben presto a dirottare le proprie attenzioni soprattutto a sud espandendosi nella Maremma, nel grossetano e nella Val d’Orcia.
La verità è che se a sud, non trovando grosse opposizioni, Siena poteva allargare il proprio dominio con relativa facilità, Firenze versava in una

situazione totalmente opposta dovendo lottare su più fronti contro veri e propri nemici alle porte quali Fiesole, Prato e, un po’ più verso il mare, Pistoia. E probabilmente fu proprio questo “essere continuamente costretta alla guerra”, oltre alla grandezza e alla migliore organizzazione militare, che nel corso dei secoli rese Firenze sempre più forte fino ad acquisire una definitiva supremazia su tutte le altre città toscane.

Tombe di 2600 anni nell’incuria e nell’ignoranza

Arrestiamo l’auto in mezzo a un bellissimo bosco di cipressi, piante simbolo della misteriosa e affascinante civiltà etrusca, e c’imbattiamo, “quasi per caso”, nella prima splendida tomba a camera che mostra importanti resti in pietra calcarea e travertino.
Non c’è un cartello, un segnale, una spiegazione, niente. Solo una targhetta sdrucita appesa a un albero su un sentiero.
Rimaniamo a bocca aperta e proseguiamo nel bosco.

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La seconda è una tomba a cassone dove le salme venivano calate dall’alto: senza nessuna indicazione sembrano solo delle pietre posizionate in circolo per farci un bel pollo alla brace.

Sempre più a bocca aperta camminiamo fino alla terza tomba, una meraviglia simile alla prima, dove però sono visibili vere e proprie tracce di corridoi e camere mortuarie.

Nicola ci spiega che i corredi funebri erano composti da vasellame da banchetto di bucchero, ma anche di ceramica figurata (come due anfore prodotte ad Atene), da unguentari di ceramica etrusco-corinzia, da vasi di bronzo e scatole rivestite di lamine di ferro o di placche d’avorio.
I resti permettono di datare la necropoli tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C.

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Attualmente i reperti sono esposti al Museo archeologico del Chianti senese, a Castellina in Chianti.
Che possiamo dire? Un plauso alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e ai volontari del gruppo archeologico “Salingolpe” di Castellina in Chianti che negli anni ‘80 le hanno scoperte e portate alla luce. Pollice verso, invece, per tutti coloro che successivamente avrebbero dovuto occuparsene e non l’hanno fatto.

Ma gli etruschi bevevano vino?

Ebbene sì, gli etruschi – questo popolo meraviglioso e fiero che abitò grossomodo l’Italia centrale a partire dall’VIII secolo a.c. e che fu a poco a poco conquistato da romani in un lungo processo di assimilazione anche culturale che non cessò fino al I secolo a.c. – amavano il vino.

I semi di vite trovati nelle tombe del Chianti provano che gli Etruschi portarono la Vitis Vinifera Sativa dall’oriente e che l’acclimatarono nel Centro Italia, area geografica che si dimostrò a tal punto adatta alla coltivazione della pianta che venne chiamata Enotria: la terra del vino.
La vite etrusca aveva la forma di un alberello. Veniva appoggiata ad una pianta di olmo per crescere più forte ed era circondata da siepi per essere protetta dagli animali alla ricerca del pascolo.
Plinio racconta che a Populonia era conservata una statua di Giove intagliata in legno di vite.

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Ci sono segnali, e…..

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cartelloni d´altro tipo…

Per gli etruschi non esistevano confini tra il vino, la spiritualità e la vita quotidianità. Tutto si amalgamava, si confondeva. Col vino si onoravano i morti insieme alla danza e al suono dei flauti doppi. Soprattutto nel ceto aristocratico erano diffuse pratiche religiose in onore di Fufluns (Bacco), il dio del vino. Questi riti segreti e strettamente riservati agli iniziati, grazie all’ebbrezza provocata dalla bevanda, miravano a raggiungere la “possessione” del dio nel mondo terreno, garantendo così in anticipo una sorte felice nell’aldilà.
Negli affreschi delle tombe di Tarquinia, in mezzo a ragazze e giovinetti danzanti tra pianticelle verdi, si ammirano coppie che brindano come se si trovassero davanti a un mare luminoso nella frescura del paesaggio.

In marcia verso Montaperti, luogo della sanguinosa battaglia tra guelfi fiorentini e ghibellini senesi

Riprendiamo la marcia seguendo le indicazioni per Vagliagli, ripercorrendo così lo stesso itinerario che nel settembre del 1260 portò l’esercito fiorentino a Montaperti. Lasciata la Chiantigiana, ci addentriamo in una strada tra i boschi dove si gode una magnifica vista sulla Val d’Elsa. La strada, oltre a ricalcare l’itinerario dell’esercito fiorentino, permette anche di penetrare all’interno del cosiddetto confine storico che divise per secoli i territori di Firenze da quelli di Siena come testimoniano gli affascinanti bastioni del Castello di Aiola, – oggi rinomata fattoria chiantigiana che produce ottimo vino – e, quasi dirimpetto a essi, la bella pieve fortificata di San Polo in Rosso: i primi appartenuti ai senesi, la seconda ai fiorentini.

Dopo il castello di Aiola la strada corre lungo il fiume Arbia – tristemente famoso per la battaglia di Montaperti che il 4 settembre 1260 vide il massacro dei guelfi fiorentini da parte dei ghibellini senesi, come ci ricorda Dante che nel X canto dell’Inferno lo immagina “colorato di rosso”: «Lo strazio e ‘l grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso, tal orazion fa far nel nostro tempio» – e si conclude ai piedi dell’abitato di Radda in Chianti per molti secoli centro del potere politico ed amministrativo dell’intera lega del Chianti, corrispondente agli attuali comuni di Radda in Chianti, Castellina in Chianti e Gaiole in Chianti.

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La casa del Chianti Classico e il Ristorante Semplici

A Radda visitiamo l’ex convento francescano di Santa Maria al Prato (prima metà del ‘700), dagli anni ‘90 sede del Consorzio del Chianti classico che vi ha realizzato la Casa del Chianti classico.
Al primo e al secondo piano si trovano numerose sale per conferenze e meeting, oltre a un museo del vino, mentre dove per secoli furono le cantine del convento si apre un ottimo wine bar che mostra tutte le bottiglie dei consorziati.
Durante l’anno vi vengono organizzati eventi enogastronomici musicali e culturali, e ovviamente rappresenta il punto di riferimento per tutti i produttori che vi fanno parte.

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Casa del Chianti Classico presso l´ex convento francescano di Santa Maria al Prato

Prima di ripartire mangiamo a Radda in Chianti al ristorante Semplici. Cucina verace e casereccia, come essere a pranzo dalla mamma. I biscottini di prato sembrano sfornati lì per lì.
Primo, secondo con contorno, dolce e caffè: 10€ a persona.
Inutile dire che ve lo consigliamo.

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Sala multimediale presso la Casa del Chianti Classico

Barone Ricasoli, l’azienda vitivinicola più antica d’Italia

Arriviamo a Brolio. Non è la prima volta che vengo qui: chi, tra coloro che abitano in questa parte della Toscana, non ha visitato almeno una volta il mitico castello del Barone Ricasoli?

La cordiale signora Simona Brandini ci spiega che intorno al castello si sviluppa quella che è, secondo l’autorevole

rivista americana “Family Business”, la più antica azienda vitivinicola italiana, la seconda più longeva al mondo.

Oggi è la più grande del Chianti Classico coi suoi 1.200 ha di valli, colline, boschi di querce e castagni, che si estendono tra i comuni di Gaiole e di Castelnuovo Berardenga, di cui 230 ha vitati e 26 ha di oliveti.
La storia della famiglia Ricasoli e quella del vino s’intrecciano inscindibilmente fin dal 1141

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Simona Brandini con Nicola e Vieri

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Norah

La famiglia Ricasoli figura tra i nobili dignitari feudali dell’impero di Carlo Magno. Nel 1141 il Castello di Brolio entrò in loro possesso. Schierati coi loro eserciti a difesa di Firenze sin dal 1200, generazioni di nobili Ricasoli hanno tracciato – sullo sfondo del Castello di Brolio – il corso della storia, dalle eterne battaglie con Siena fino all’unità d’Italia. A partire dal XIII secolo i rami della famiglia si moltiplicano, per poi riunirsi nuovamente a cavallo tra il 1700 e il 1800.

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La Cappella di San Iacopo, la cui cripta ospita le spoglie di molti Ricasoli

Brolio, dove nel 1872 nacque il Chianti

Fu qui che nel 1872 il celeberrimo Bettino Ricasoli (1809-1880) – soprannominato il Barone di ferro per quel suo essere “aspro e severo, talvolta imperioso”, politico italiano, sindaco di Firenze e secondo presidente del Consiglio del Regno d’Italia dopo Cavour – creò, dopo lunghi anni di ricerca e sperimentazione, la formula del Chianti. Credo valga la pena riportare copia del testo originale tratto dalla famosa lettera indirizzata dal Barone al Prof. Cesare Studiati dell’Università di Pisa:

“… Mi confermai nei risultati ottenuti già nelle prime esperienze cioè che il vino riceve dal Sangioveto la dose principale del suo profumo (a cui io miro particolarmente) e una certa vigoria di sensazione; dal Canajuolo l’amabilità che tempera la durezza del primo, senza togliergli nulla del suo profumo per esserne pur esso dotato; la Malvagia, della quale si potrebbe fare a meno nei vini destinati all’invecchiamento, tende a diluire il prodotto delle due prime uve, ne accresce il sapore e lo rende più leggero e più prontamente adoperabile all’uso della tavola quotidiana …”.

Nel 1996 il disciplinare è stato modificato togliendo la Malvasia, come già ipotizzava il Barone nella lettera, e lasciando quale indiscusso protagonista il Sangiovese, con una quota massima consentita del 20% delle altre uve a bacca rossa.

Il castello di Brolio

Salutiamo la signora Simona e ci spostiamo dalla reception dei visitatori al castello. In questo secondo passaggio ci fa da Cicerone una brava e simpatica signora argentina, Norah. Attraversiamo le mura con estrema riverenza. C’è molto silenzio, siamo soli, perché, trattandosi di dimora privata, nel periodo invernale le visite sono interrotte, e se ci è stato permesso d’entrare è solo grazie a un’eccezionale cortesia riservata a Blablawine. La struttura è di straordinaria imponenza, le prime pietre risalgono all’alto medioevo, e come aspetto non ha niente a che vedere con quello della maggioranza dei castelli toscani.

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(photo credit: @francescoricasoli)

Il Repetti, in Dizionario geografico, fisico, storico della Toscana (1846), lo descrive così:
«È un pentagono di solidissime mura alte 24 braccia con bastioni e cammini coperti, provvisti a ciascuno degli angoli di bocche e di feritoje per spingarde e altri projettili. Il palazzo del Barone, il giardino, la cappella, gli edifizj e i vasti annessi della tenuta di Brolio, un’alta torre quadrata, (l’antico cassero rammentato nelle istorie fiorentine) il prato intorno agli spalti, tutto è compreso dentro il recinto del castello».

Nei secoli, dal momento che si trovava sulla linea di confine tra i territori di Siena e Firenze e rappresentava il baluardo dei fiorentini contro i temibili avversari senesi, è stato teatro di grandi conflitti. Ha subìto assalti e distruzioni in numerose battaglie, dagli attacchi aragonesi e spagnoli nel ‘400, alle dispute seicentesche, sino ai bombardamenti aerei e d’artiglieria della seconda guerra mondiale.

La cappella e il museo

brolio-mura-esterneDall’ingresso principale, che si apre tra mura gigantesche alte sedici metri, una rampa ci porta al cassero, rifacimento ottocentesco effettuato sul basamento medioevale. Sulla rampa si incontra anche la bellissima cappella di San Iacopo, la cui cripta ospita le spoglie di molti Ricasoli, tra cui quelle di Bettino, il barone di ferro. Alla nostra destra c’è il palazzo baronale, di stile romantico, col rosso dei mattoni che soprattutto in primavera/estate crea un contrasto affascinante col verde dei boschi e dei vigneti.

Ci spostiamo nel museo che è strutturato in quattro sale tematiche.
Nella prima si trovano le armi di famiglia dal XIV al XIX secolo. […] La seconda sala è dedicata a Bettino Ricasoli e al suo operato politico in epoca Risorgimentale.
La terza sala raccoglie gli arredi preparati appositamente per la visita del re Vittorio Emanuele II a Brolio nel 1863.
La quarta sala infine è dedicata alla ricerca e agli esperimenti condotti da Bettino sulla vite e sul vino e vi si trova anche parte della collezione di minerali e fossili raccolti personalmente dal barone.

Aneddoti sul “barone di ferro”

Ricasoli-a-cavalloNorah, nel mentre, ci racconta un paio di aneddoti gustosi.
Il primo è che Bettino Ricasoli, per non infiacchirsi nel corpo e nello spirito, come testimonia il panchetto senza schienale al suo scrittoio, tendeva a negarsi comodità di qualsiasi genere, e in questo ricorda molto lo stile di vita che teneva l’imperatore Francesco Giuseppe a Schoenbrunn.

Il secondo riguarda la notte che Vittorio Emanuele II avrebbe dovuto passare al castello e che mai passò. C’è chi dice che fu a causa del rifiuto del barone d’inchinarsi a sua maestà – rimase a cavallo senza scendere –, dal momento che considerava la propria casata molto più antica e quindi superiore a quella dei “parvenu” Savoia: il sovrano, pertanto, infuriato, se ne sarebbe andato. Ma c’è anche chi dice che il re, noto dongiovanni, avrebbe desiderato passare una notte d’amore al castello con una concubina e che il severo e poco accondiscendente barone avesse rifiutato di prestare la propria onorata dimora per simili traffici scandalosi. Fate voi.

Il fantasma del castello di Brolio

Deliziati dall’incredibile vista sulle colline che si può godere dal vasto piazzale retrostante, Norah ci racconta che come tutti i grandi castelli che si rispettino anche questo possiede il suo personale fantasma.

Una leggenda locale vuole che nelle notti di luna piena, nelle campagne attorno, si aggiri lo spettro del barone Ricasoli, a cavallo, avvolto in un mantello nero, con una muta di cani da caccia al seguito. La favola è talmente nota che, nel 1964, gli fu addirittura dedicata una copertina dalla “Domenica del Corriere”.

L’azienda del Barone Ricasoli al giorno d’oggi

Tornati alla nuova sede dell’azienda – condotta dal 1993 dal barone Francesco Ricasoli, pronipote di Bettino – ci conduce in quest’ultima tranche di tour l’agronomo Massimiliano Biagi.
Visitiamo le cantine di vinificazione, l’immensa barricaia, quindi ci vengono mostrati campioni dei diversi tipi di terreno che compongono in modo eterogeneo i 235ha vitati da cui sono prodotti circa un paio di milioni di bottiglie.

Negli anni ‘90 partì il grande processo di rinnovamento dei vigneti tutti risalenti alla fine degli anni ‘60/ inizi anni ‘70, dilaniati dal mal dell’esca, con basse densità per ettaro e contenenti le varietà che rappresentano il Chianti Classico distribuite però in modo casuale.
Questo permise d’introdurre anche vitigni internazionali come il merlot e il cabernet.

Dal momento che lo scasso era stato portato a termine utilizzando aratri ed esplosivi, e che la maggior parte dei terreni presentava una pedologia costituita prevalentemente da roccia, bonificare i terreni risultò complicato ed oneroso.

Attualmente a Brolio sono stati sostituiti  235ha di vigne, adottando tecniche di preparazione moderne e utilizzando materiale geneticamente selezionato per ottenere vigneti longevi e atti a produrre uve di alta qualità.

I sesti d’impianto sono tutti impostati sull’alta densità, e il numero di ceppi varia da 5.500 a 6.600 per ettaro.
La forma di allevamento è a cordone speronato impalcato a 50 cm da terra.
La carica di gemme è di 8 per pianta, e il lavoro di diradamento delle uve permette una produzione di circa 1 Kg di uva per ceppo ( 65-70 qli/ha).

I vitigni a bacca bianca invece sono allevati a guyot per sfruttare al meglio la fertilità delle gemme basali.

I vini del Barone

Massimiliano Biagi

Degustiamo il Castello di Brolio – Chianti Classico – Gran Selezione 2012 (Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot); il Colledilà – Chianti Classico DOCG Gran Selezione 2012 (Sangiovese in purezza); il Brolio Riserva Chianti Classico DOCG Riserva 2012 (Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot); e il Casalferro Toscana IGT 2011 (Merlot in purezza).

Non è questa la sede per addentrarci nelle note di degustazione, ma possiamo dire che in generale il barone ha davvero fatto un ottimo lavoro. Sia Bettino, a suo tempo, che Francesco, adesso.

Chapeau!