car trailsCome arrivarciDa Firenze o Siena seguire le indicazioni per Greve e poi per Panzano; giunti in paese proseguire per Mercatale seguendo le indicazioni aziendali.

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Una nuova graziosa presenza femminile nel nostro Blablawine’s tour

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Vieri ed Elisa Tachis sulla strada per Panzano

Si chiama Elisa Tachis, ed è la figlia del fratello di Giacomo, il grande enologo. I begli occhi castano-verdi hanno lo stesso sguardo intenso, indagatore, dello zio, occhi che sanno ascoltare e comprendere. Mi piace. Sarà la traduttrice in tedesco di Blablawine.

È cresciuta in Belgio, madre teutonica, babbo nostrano, parla correttamente cinque lingue: il tedesco, l’italiano e il francese ovviamente, l’inglese e lo spagnolo. Wow, per me è già tanto arrangiarmi in inglese, nutro subito per lei una sincera ammirazione. E non è tutto. Stavolta per problemi di appuntamenti pomeridiani io e Raf ci siamo divisi in auto diverse, lei viene con me e mi racconta dei suoi viaggi nel Kurdistan iracheno, a Sulaymaniyah, dove tiene corsi di formazione tra i combattenti peshmerga. Doppio wow.
«Ma non è una terra ostile,» mi fa «il fronte è lontano e lì siamo tranquillamente immersi nel paesaggio biblico della Mesopotamia di allora». Una bolla di pace in mezzo alla guerra. O una bolla d’irrealtà in mezzo alla realtà. Scegliete voi. Sarà, ma da qua le cose sembrano molto diverse, dico io.

Adesso, a causa di tutto quello che sta succedendo, la missione è saltata, però non appena la situazione si sarà di nuovo normalizzata non vede l’ora di tornarci. In fondo ha instaurato rapporti e ha molti amici che cominciano a mancarle.

Arriviamo a Panzano, preleviamo Nicola Bernini, la nostra mitica guida chiantigiana, e ci dirigiamo verso Vallone di Cecione, là, in mezzo alla magnifica Conca d’oro, così chiamata per il grano estivo ma anche per il prestigio dei suoi vini.

NICOLA BERNINI

PHONE: +39 333 9909167
MAIL: nicola_bernini@me.com
WEB: http://www.toscanadinico.com

Questo percorso è stato realizzato grazie all´amicizia e alla collaborazione di Nicola, Guida Turistica Nazionale a cui dobbiamo gran parte delle emozioni vissute in questo tour.


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pointingHand_50x30Vallone di Cecione: un casale rustico, verace, come un tuffo nel passato

Il cielo è d’un azzurro potente, volitivo. Il sole che splende furioso sembra quasi un fenomeno atmosferico inverosimile in mezzo a un’interminabile linea grigia di giornate tutte plumbee, tutte piovose. Tutte anglosassoni. Non eravamo più abituati. Il mondo brilla, le vigne, l’erba, i fiori, i tetti, perfino le nostre facce, nonostante il pallore invernale.

Segnaletica-Toscana

Segnaletica Tuscan Style….

saggezza-toscana

Saggezza Toscana

L’auto si arresta nell’aia, ed è come tornare bambino, quando negli anni ’70 andavo dai miei nonni che avevano un piccolo podere di 2 ha dalle parti dell’Impruneta.

E la stalla adiacente alla casa con dentro le vacche. E il fienile col fieno che sapeva di campi. E dietro il fienile la porcilaia coi maiali. E dall’altra parte il pollaio col gallo e tutte le galline intorno che starnazzavano. E quell’odore forte, inconfondibile, di campagna, di verità che promana dalla terra, dal sudore. Se solo la sapessimo ancora ascoltare. Storie d’altri tempi. Che però non sono mai passate. Non per tutti almeno.

Osservo la vecchia colonica ristrutturata su cui svetta la tipica torretta, la colombaia. Siamo a circa 460 m di altitudine. I peschi sono già in fiore. Ci accoglie Francesco Anichini, che insieme al padre Giuliano e alla mamma Anna tira avanti l’azienda da tanti anni.

Quando c’era ancora la mezzadria

Tutto iniziò in un tempo in cui il mondo non era come adesso e i ruoli apparivano ben definiti, forse più sinceri. Capitalisti e operai. Padroni e mezzadri. Le parole non edulcoravano i concetti e poco lasciavano all’ipocrisia che blandisce e anestetizza. Ancora non esisteva il politically correct e le cose venivano chiamate col loro nome, magari in modo più crudo, cattivo, ma anche più vero.

immagine panoramica del casale vallone di Cecione

È in questo mondo che nasce la storia degli Anichini. Un podere di 8 ha, di cui 4 a vigneto e 700 ulivi.
Ma prima ancora, verso fine ‘800, parenti lontani coltivavano un piccolo appezzamento di terra nei pressi di Siena dove dividevano qualche damigiana d’olio con il padrone. Una vera miseria. Al giorno d’oggi qualcosa di ridicolo, d’inconcepibile.
Poi nel ’61 Giuliano, su consiglio d’un amico, decise di acquistare a Panzano questo podere un po’ più grande dell’altro, nella speranza di veder aumentare le entrate. Che in effetti aumentarono, sì, anche se loro dovevano sempre conferire la metà del raccolto al padrone, e con l’altra metà camparci in dodici. Si sa, la mezzadria. Hanno sempre dovuto fare “i salti mortali”, dice lui.

Negli anni ’70 il nonno di Francesco, che soffriva d’asma, pagava le medicine in farmacia con le damigiane d’olio. Non sono favole. Per tanto tempo hanno continuato a trovare le sue bombolette spray nella zona in cui coltivava l’orto.

L’affrancamento dalla servitù del “dover render conto”

Immagine che ritrae i due amici Nicola Bernini e Francesco Anichini

Nicola Bernini e Francesco Anichini

sagoma in ferro del Gallo nero del Chianti classico ripreso in controluce

Gallo Nero a Cecione

Primo piano di Francesco Anichini

Francesco Anichini

«Un giorno, nei primi anni ’80,» ci racconta Giuliano «viene da me il padrone e mi fa: fine della mezzadria, da qui in avanti sarete tutti salariati. E io: no, continuo a fare il mezzadro».
Voleva andare a caccia quando gli pareva. Voleva poter “andare a funghi” al momento giusto, non agli orari del padrone, che non sono quelli dei funghi. Salario uguale: turni fissi e poca libertà di organizzarsi, questo era il concetto nella sua testa. E lo rifiutava. Insomma, si spaccava la schiena tutti i giorni che Dio mandava in terra, che almeno questa libertà gli fosse lasciata. Il padrone annuì stupito. E così fu.

Solo un altro, nei pressi, fece lo stesso ragionamento. Il resto dei mezzadri della zona s’inchinò al salario che garantiva entrate fisse e sicure. Oltre a un bel guinzaglio col nome scritto sopra.
Poi, nell’84, quando il padrone gli propose di comprare la terra che aveva sempre coltivato come sua, allora fu un’altra storia. Voleva dire sudore. Voleva dire lacrime e sangue. Voleva dire notti insonni nel periodo in cui molti contadini abbandonavano le campagne per le città alla ricerca di soldi “più facili”. Era estremamente rischioso, quasi incomprensibile, ma anche una sfida affascinante.

Dapprima gli mancava il denaro necessario per compiere il grande passo, e rispose garbatamente di no. Ma poi, un anno dopo, grazie anche al lavoro che lui e la moglie svolgevano nel ristorante del padrone stesso – e che gli portava via fino a 18 ore al giorno -, raggranellò la somma necessaria e non si tirò indietro.

Una scelta di coraggio dopo l’altra

Così inizia il racconto moderno dell’azienda Vallone di Cecione, di cui Francesco, il figlio, che lavora qui a tempo pieno dal 2001, si dice particolarmente orgoglioso.

 Nel 2004, dopo tanti anni di vino sfuso o venduto a partita, Francesco Anichini, con un’altra scelta di coraggio evidentemente tipica della famiglia, prende a imbottigliare. All’inizio un migliaio di bottiglie circa, adesso quasi 15.000. Una crescita esponenziale che arriva a lambire anche gli Stati Uniti e che garantisce la presenza, fino a pochi anni fa impensabile, a Vinitaly.

E poi la grande attenzione al territorio. Qui, ancor più che per molte altre aziende, anche gigantesche, è proprio il caso di parlare di terroir nella sua accezione più ampia: l’interazione tra l’uomo, presente da molti decenni, se non secoli, in un luogo, e l’ambiente.
Esistono ancora muri a secco e promiscuità tra ulivi e viti. Dal 1999 hanno iniziato a ripiantare i vigneti, e nel 2003 hanno rinnovato un intero ettaro, diviso in tredici particelle, senza toccare gli ulivi, quando sarebbe stato molto più semplice estirparli. Fa piacere sentire queste cose.

Vallone di Cecione: biologico certificato, biodinamico di fatto

Il vino che producono è biologico certificato dal 2015 e biodinamico non certificato, ma di fatto lo è, anche perché la zona assolata, con la sua altitudine al limite per le viti, si presta particolarmente bene a scelte estreme.

In cantina utilizzano pochissimi solfiti e ancora meno lieviti. Il vino fermenta in modo naturale. Nei campi non usano concimi ma operano continui sovesci, e tra i filari seminano la rucola, il trifoglio, l’orzo, la favetta, per mantenere l’equilibrio naturale e il terreno vivo. Massimo un chilo e mezzo di rame a ettaro, che è pochissimo, e lo zolfo viene sostituito con preparati di propoli, ortica e alghe. L’elevata altitudine, l’esposizione a sud-est e il vento che non manca mai riducono sensibilmente l’aggressione della peronospora e dell’oidio. Di insetti non ce ne sono moltissimi, e la confusione sessuale è sufficiente a tenerli a bada.

primo piano della madre di Francesco Anichini

La Mamma, Anna

Genitori di Francesco Anichini

BlaBlaWine da Vallone di Cecione

primo piano del padre di Francesco Anichini

Il Babbo Giuliano

Coniugi anichini da giovani che lavorano nei campi

blablawine con il Sig. Anichini

Vitigni, vini ed etichette estremamente territoriali: una dimostrazione di forza e consapevolezza

Insegna lignea per la vendita diretta a Vallone di CecioneQui coltivano il sangiovese, il canaiolo, la malvasia, e un po’ di cabernet sauvignon, che è come dire: siamo nel Chianti, non a Bordeaux, chiaro? Belle queste scelte di carattere e fierezza, mi piacciono. Forse perché rispecchiano il mio di carattere, o forse perché sarebbe l’ora che qualcuno gliele cantasse dritte a questi francesini. Lo dico bonariamente, ça va sans dire.
Francesco ammette che piantare un po’ di cabernet sauvignon nel 2003 fu un peccato di giovinezza che si lasciava blandire dal mito dell’internazionalità. Glielo perdoniamo.

 Dal 2015 hanno deciso di produrre un canaiolo in purezza. Sulle 3000 bottiglie circa. Un vino, fresco, pronto molto prima del sangiovese, legato alle tradizioni, alla loro storia, anche se non facile da far fermentare in botti di legno. Un’altra bella sfida. – Storie interessanti sono anche quelle delle etichette.

e bottglie di vino della cantina Vallone di cecioneLa bottiglia del Chianti classico mostra una foto in bianco e nero del babbo e della mamma mentre trasportano felici un catino di plastica ricolmo d’uva nera e bianca, il primo della loro vita. Svolta epocale: prima esisteva solo il cesto di vimini. È una foto scattata per caso che in sé descrive un intero mondo, molto meno definito di quello attuale, promiscuo nelle sue componenti umane e naturali, sicuramente più vero. Come si diceva.

L’altra, quella del canaiolo in purezza, è una foto non così casuale, dell’84, che ritrae una parte della famiglia, il babbo, la nonna, il nonno nell’oscurità della finestra, il bambino Francesco, e un signore in piedi, il vicino di casa che fa parte d’un’altra famiglia di ex mezzadri. Francesco ricorda ancora il “signore tedesco” che li mise in posa e tutta l’emotività legata al momento che lui non aveva mai vissuto prima. Se c’immaginiamo la scena possiamo viverla anche noi.
L’etichetta del rosé e invece dedicata alla bambina: Allegra.

Finiamo bevendo il Vallone di Cecione Chianti classico 2014 e il Vallone di Cecione canaiolo 2015. Vini molto piacevoli. Provare per credere.

Dal grande Cecchini

Mangiamo a Panzano dal leggendario Cecchini che non credo abbia bisogno di presentazioni dato che è famoso in tutto il mondo per la sua “ciccia”. Solo una piccola curiosità: è lo zio da parte di madre di Nicola Bernini. Si sa, nei piccoli paesi sono tutti parenti. Perdonate il luogo spaventosamente comune. Io prendo un bell’hamburger “Mac Dario” insieme a Elisa. Raf e Nicola un “Super Dario” che offre una vastità di assaggi in più. Verdura fresca in pinzimonio di contorno. E siamo felicemente sazi. Dulcis in fundo: una delle torte più buone che abbia mai assaggiato in vita mia. Arriva così, anonima, non ho idea degli ingredienti, burro e uova di sicuro, visto che è gialla, comunque roba da urlo. Garantito. Per chi vorrà replicare le nostre inclite gesta basterà che chieda “la torta più buona del mondo”. Non ci si può sbagliare.

pointingHand_50x30Dall’altra parte della collina: Fattoria Casaloste

Insegna della Cantina Casaloste di PanzanoBalziamo in macchina, qualche minuto, e siamo alla Fattoria Casaloste.
Ci accolgono due splendidi pastori maremmani, bianchissimi, padre e figlio. Il primo, enorme, si chiama Rocco, per ragioni un po’ indecenti e facilmente intuibili, il secondo Gasgas, come il topo di Cenerentola.
Poi arrivano anche gli esseri umani, o meglio uno, Giovanni d’Orsi, il proprietario.

Ci guardiamo intorno: di fronte abbiamo tutta la valle della Greve. Gran bel panorama. C’è un fienile ristrutturato, insieme barricaia e sala degustazioni, e di fronte l’articolata colonica costruita su più livelli, abitazione per la famiglia e agriturismo.
Giovanni, nel suo affascinante ed educato napoletano doc, comincia spiegandoci il problema non da poco degli ungulati.

Animali selvaggi in mezzo agli uomini

I cinghiali erano endemici, ma i daini, i caprioli e addirittura i lupi, no. Adesso vengono giù a valle sempre più numerosi, non hanno antagonisti naturali, e non li ferma nessuno visto che fortunatamente – aggiungo io – sono protetti, e il numero di capi che si può abbattere è limitato. Sono golosi di germogli e di grappoli. Addirittura in alcuni casi si fanno, se non proprio toccare, comunque avvicinare. Cosa che prima non succedeva. Si sono antropizzati e stanno imparando a convivere con l’uomo senza paura. Quella che finora li teneva lontani.

Per questo sono stati costretti a recintare tutta la proprietà. Amicizia sì, finché non vengono danneggiati i raccolti però. E poi si sono verificati episodi piuttosto crudi, se non addirittura horror, di daini trovati morti la mattina dopo con la testa cornuta incastrata nella recinzione e divorati fino a metà dorso. Senza considerare che tutte queste nuove specie che si muovono in libertà provocano spesso incidenti stradali anche mortali.

«Ma non c’è sufficiente sensibilizzazione dell’opinione pubblica», ci dice Giovanni, e al contempo lancia una bonaria provocazione: «Amo gli animali, ma è facile essere animalisti da lontano, senza avere problemi. Bisognerebbe che fossero liberati una decina di cinghiali in Piazza della Signoria, a Firenze, per far comprendere quanto possano essere dannosi». Risate. Approvazioni. Ognuno di noi sposa la tesi pro domo sua. Mutatis mutandis.

primo piano di Giovanni d´Orsi, proprietario della cantina Casaloste

Giovanni D´Orsi

Due cani di razza maremmana Rocco e Gasgas

Rocco e Gasgas, padre e figlio

Team di BlaBlawine con Giovanni D´Orsi

BlaBlawine con Giovanni D´Orsi

Casaloste: l’origine del nome

Casaloste non significa “casa dell’oste” come, scommetto, molti sarebbero portati a credere, ma “casa delle ostilità“, e originariamente era un luogo dove si pagavano le gabelle, ossia veri e propri dazi doganali sullo stile del famoso fiorino che viene chiesto a Troisi nel film “Non ci resta che piangere“. Chi non l’ha visto?

Inizialmente torre, risalente al ‘200, Casaloste si è trasformata a poco a poco in colonica agricola, tanto che, come avveniva un tempo quando c’erano esigenze di ampliamento, appare costruita su più livelli, in varie epoche, fino ad arrivare all’ottocento. Sopra si vede ancora la piccionaia che veniva utilizzata dai soldati per comunicare con Firenze in caso di attacchi senesi.

Giovanni ed Emilia d’Orsi, napoletani naturalizzati toscani. Ma fino a un certo punto

Vive qua da 24 anni, Giovanni, insieme alla moglie Emilia. In Campania con quello che ha speso da queste parti per 10 ha di terreno ce ne avrebbe comprati 200, ma lui voleva una zona particolarmente vocata al vino. Il Piemonte no, perché “c’è la nebbia e sta oltre la linea gotica”. Rimaneva la Toscana, l’altra grande regione italiana del vino.
Così vennero qui, dove si era già insediato un compagno d’università, oltre che collega, con un’azienda a Castellina in Chianti. Si dissero: «Se lo troviamo con le mani nei capelli, impazzito, giriam’a’cap’a o’cuccio e torniamo a casa, altrimenti…». Fu altrimenti.
Cercarono, cercarono, ma trovarono la scarpa per il loro piede solo l’ultimo giorno, proprio prima di “girar’a’cap’a o’cuccio”. Eh, il destino.

panoramica sui vigneti di Casaloste

A Napoli, che ovviamente ama, Giovanni non torna quasi mai se non per ragioni particolari. Una, reiterata, è stata per far nascere i tre figli. Non voleva che sulla carta d’identità ci fosse scritto: Poggibonsi. Lo comprendiamo e lo giustifichiamo.
La più grande, Maria Giovanna, ha 25 anni e vive a Londra. Sommelier, esperta di marketing, è la più coinvolta nell’azienda. Il secondo, Vincenzo, ha 22 anni e frequenta Ingegneria Biomedica a Pisa. Il terzo, Federico, ha 19 anni e sta facendo Economia Aziendale a Venezia. Complimenti ai rampolli.

Da cinque membri familiari che erano sono rimasti in due, lui e la moglie, che però è spesso in giro per il mondo a piazzare il vino perché possiede l’abilità, un po’ come la nostra Elisa, di parlare quattro lingue: francese, inglese, spagnolo, e ovviamente italiano. Un uomo solo al comando. Lui, i cani, le vigne… e Panzano, un paese internazionale, o meno provinciale della stessa “chiusa” Firenze – questo lo dico io -, da cui si sente adottato al 100%. In purezza, si potrebbe azzardare. C’è chi metterebbe la firma subito per vivere in questo paradiso.

Casaloste, azienda biologica e bio sostenibile

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Casaloste interno cantina 2

Interno della Cantina Casaloste 1

Casaloste interno Cantina 3

L’azienda è di quasi 20 ha, 10 di vigneto, 5 in affitto e produce circa 80.000 bottiglie all’anno. Grosso modo una bottiglia a pianta. La quasi totalità della produzione è esportata all’estero in quasi tutti i continenti perché, ci fa notare Giovanni, fuori dall’Italia è maggiormente riconosciuta la qualità della piccola impresa vitivinicola. Questo non ci fa piacere.

L’azienda è biologica da quando Giovanni l’ha comprata. Lui però ha ottenuto la certificazione. Il suo obiettivo inoltre era renderla totalmente indipendente dagli oli combustibili. Così sono nati gli 80 pannelli solari che s’incontrano all’entrata e che producono 19,9 kWh, non di più, perché è necessario rientrare in certi limiti imposti dalla legge e rispettare il concetto dello scambio sul posto, altrimenti diverrebbe produttore di energia elettrica. Con circa 26/27 mila kWh all’anno soddisfa interamente il suo fabbisogno energetico.

Per quel che riguarda il riscaldamento, invece, due anni fa l’azienda è passata dal GPL a una caldaia onnivora a legna. In questo momento stanno bruciando il nocciolino ottenuto dalla sansa delle olive.

Vitigni e vini “familiari” di Casaloste

Fattoria Casaloste, fronte della Cantina80% di sangiovese e il rimanente 20% di merlot e ancellotta, una variante non molto comune del colorino, è la composizione dei vitigni coltivati dall’azienda. L’ultima utilizzata soprattutto negli anni molto piovosi per dare più colore al vino.

Producono cinque vini.

Il primo è Rosso Maniero, IGT, un entry level molto fresco e piacevole. 65/70% di sangiovese, mentre il resto è composto da tutti i loro vitigni, incluso il merlot, l’ancellotta e alcune piante di canaiolo che ancora si trovano tra le vigne.

Poi ci sono tre Chianti classici. Base, riserva e gran selezione.

Il primo è un 90% di sangiovese e un 10% di merlot. Ma, attenzione, non è un blend, ossia non è l’unione di due vini vinificati insieme. Perché prima viene raccolto il merlot, viene svinato, e sulle sue bucce fresche viene gettata l’uva del sangiovese e lasciata rifermentare sopra. Sembra una tecnica un po’ cervellotica ma in realtà non è altro che il vecchio “ripasso” toscano. In questo modo la fermentazione è molto più graduale e non subisce la “fiammata” tipica del sangiovese che raggiunge temperature troppo elevate. Così la parte aromatica volatile rimane contenuta all’interno e si riescono a ottenere prodotti assai più profumati.

La riserva ha un 95% di sangiovese e una leggera contaminazione di merlot perché passa dentro le barrique dove invecchia l’Inversus.

La gran selezione, il Don Vincenzo, dedicato al padre è un cru, una singola vigna, 100% sangiovese. Un progetto nato l’anno precedente (’95) a quello in cui è stato approvato il nuovo disciplinare del Chianti (’96) per il quale si ammette un 100% di sangiovese senza doverlo per forza mescolare con uve bianche.

Casaloste Rosso Maniero

Casaloste Chianti Classico

Casaloste Chianti Classico Riserva

Inversus Rosso IGT

Casaloste Don Vincenzo

L’ultimo vino è l’Inversus in onore al maschio secondogenito, Federico, che ha una sindrome particolare, pur non essendo affatto dannosa: è un situs viscerum inversus, ossia tutti i suoi organi interni sono posizionati in modo speculare rispetto a quelli di una persona normale. Ne nasce uno ogni 100.000 così. Il ragazzo è senz’altro originale e il babbo vuole che si sappia il più possibile perché in caso d’incidente è bene evitare qualsiasi complicazione dovuta all’ignoranza della sua condizione.
Ovviamente il vino rispecchia l’inverso del Chianti classico contenendo un 90% di merlot è un 10% di sangiovese.

Fine del tour

Raf ed Elisa se ne vanno. Io e Nicola visitiamo la bella sala degustazioni/barricaia, degustiamo l’ottimo Inversus, ma il tempo stringe anche per noi e presto prendiamo congedo dispiaciuti con la sensazione, però, di aver passato un’altra splendida giornata insieme.
Figo Blablawine, pensò mentre guido verso casa. Credo che a molti piacerebbe venire con noi. E, guarda caso, molti ce lo stanno chiedendo. Pardon, non possiamo portare tutti, ma seguendo le nostre storie ce la potete fare anche da soli, no? Che aspettate?