car trailsCome arrivarciDalla superstrada Firenze -Siena uscita di Poggibonsi, proseguire in direzione di San Gimignano. L´azienda si trova a 6 km.

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Con Calogero e Camilla passando per San Gimignano

Ci eravamo lasciati nell’articolo precedente agli Alimentari Pasqualetti, nella zona di Poggibonsi, ci ritroviamo adesso sulla strada per San Gimignano, tutti a sbirciare l’orologio perché siamo un po’ in ritardo e dobbiamo incontrare nel suo agriturismo Letizia Cesani, Presidente del Consorzio della Denominazione San Gimignano che ci ha espressamente chiesto puntualità.

CALOGERO PORTANNESE &
CAMILLA BORGOGNI

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Questo visita è stata realizzata grazie all´amicizia e alla collaborazione di Calogero Portannese e Camilla Borgogni, giovani winemakers toscani che ci hanno condotto per queste zone con simpatia e competenza.


Caologero e Camilla

Calogero, in genere scherzoso, irriverente e dissacratore, appare un po’ nervoso, nonostante continuino a fioccare le battute sull’aglio a cui era mista un po’ di zucca che sconsiglia di avvicinarglisi a meno d’un paio di metri per un paio di giorni; Camilla tace, Raf, sempre molto prudente, guida nella norma ma veloce; be’, da un lato, quindi, m’immagino una super-donna in carriera con tailleur grigio-fumo-di-Londra, calze nere austere, cellulare sempre squillante, nervi a fior di pelle e tempo contato; dall’altro mi dico che pretendere puntualità non è affatto male, anzi, e che mi piace la gente che mette subito le cose in chiaro e sa quel che vuole.

Etichetta della Vernaccia

Lasciatoci alle spalle il mitico paese turrito già straripante di turisti, e giunti nella sorprendente via delle Pancole, una stradina che attraversa leggiadra valli fiorite da contea tolkieniana, attraversiamo il sottopassaggio in cemento sui cui riposa sereno il  Santuario Maria SS Madre della Divina Provvidenza, e quando usciamo a “riveder le stelle” notiamo tre religiosi in abito talare che discorrono tra loro amabilmente e che ci alimentano boutade del genere “ottimo il vin santo che fanno da queste parti”, et similia,  di cui sono, lo ammetto, il principale artefice, apostolo e responsabile. Chiedo venia e me ne assumo tutti gl’immensi demeriti. Nessuna impudenza però, nessun sacrilegio, solo banale spirito(sità) toscano(a). Basta, mi fermo qui, lo giuro!

Cesani, marchigiani d’origine ma legati al territorio da quasi 70 anni

Letizia CesaniIl cielo è un prato azzurro, denso, che si può quasi toccare; le nuvole vi pascolano sopra muovendosi apatiche come pecore indolenti nel cui vello vien voglia di affondare le mani; l’agriturismo, a circa 6km da San Gimignano, è una simpatica struttura moderna e accogliente; mentre Letizia Cesani non ha nulla a che vedere con la donna che mi ero figurato in astratto. Bionda, begli occhi azzurrissimi ma d’una sfumatura più chiara e limpida rispetto al pascolo celeste che ci sovrasta, lineamenti armonici, forme morbide, piacevoli, niente tailleur grigio-fumo-di-Londra, né calze nere austere, né cellulare sempre squillante, né nervi a fior di pelle, né tempo contato, solo una persona precisa, semplice, carina, che ci mette subito a nostro agio.

Senza perdersi in chiacchiere, arriva presto al sodo, e dopo averci invitati a sedere a un tavolo rotondo con vista spaziale a 180° che va da San Gimignano a Certaldo Alta, proposta che non esitiamo un secondo ad accettare, ci offre subito assaggi della sua ottima Vernaccia di San Gimignano Cesani d’annata, 2015, ça va sans dire, insieme alla relativa Riserva Sanice 2013.
L’inizio è a trombe squillanti. Bene, vediamo il prosieguo.

artwork consorzio vernacciaLetizia ci racconta che questa è un’azienda a conduzione familiare, nata nel 1949 a seguito della decisione dei suoi nonni paterni di acquistare un piccolo appezzamento di terreno, trasferendosi “armi e bagagli” dalle Marche – regione che nel dopoguerra vide un imponente flusso migratorio in direzione delle aree che si stavano industrializzando – fino a qui. Volevano emanciparsi dal sistema mezzadrile che ancora non era in crisi e la Toscana sembrò loro una buona soluzione. E poi all’epoca la maggioranza ambiva a lavorare dentro le nuove fabbriche (chissà quale futuristico miraggio gli sarà parso, poveracci), pochi sulla grama terra che conoscevano fin troppo bene da millenni, quindi non fu difficile strappare un prezzo che adesso, pure in rapporto, sembrerebbe ridicolo.

Il padre di Letizia, Vincenzo, nato nel 1946, aveva solo tre anni quando iniziò a frequentare le scuole locali, e nello stesso periodo i genitori avviarono l’attività che dapprincipio era di sussistenza, concretizzandosi soprattutto nella coltivazione dei prodotti agricoli per la famiglia, come l’olio, per cui Pancole è particolarmente vocata, il vino, il seminativo, l’allevamento; poi il babbo, dopo aver frequentato dei corsi all’Istituto Agrario che disponeva d’una sede distaccata a San Gimignano, propese per un’impostazione più specializzata e decise di dedicarsi alla coltivazione della vite e dell’ulivo.

In un secondo momento sono subentrate Letizia, per quanto riguarda la parte produttivo-commerciale, e la sorella Marialuisa che gestisce la fase ricettiva e di accoglienza nell’agriturismo, oltre a un’agenzia di viaggi di sua proprietà specializzata in wine-tour. Interessante.

Cesani, uva perfetta, amore infinito, tempo che passa

calogero portannese con il team di blablawineQui, all’Agriturismo Cesani, tengono moltissimo ai valori di autenticità e tradizione, e cercano in ogni modo di trasmetterli anche ai loro vini che provengono solo da uve coltivate direttamente e biologicamente.
Grazie a 26 ha vitati producono dalle 100.000 alle 120.000 bottiglie all’anno in 7 diverse etichette: un Chianti Colli Senesi, un Ciliegiolo in purezza, un Sangiovese in purezza, e un San Gimignano Rosso DOC, 80% sangiovese, 20% merlot, oltre alle vernacce e al rosato.
Bassa resa, alta qualità, ormai lo sanno pure i bambini di 3 anni. Anche se non sempre l’equazione funziona. E allora, per farla funzionare a dovere, cosa occorre? Tre ingredienti basilari, secondo loro: l’uva perfetta, ossia un grande lavoro appassionato nella vigna; l’amore infinito che ci vuole per non rovinare il magico connubio uomo-natura durante la trasformazione da frutto a vino; infine il tempo che passa. I loro vini vanno saputi attendere. È fondamentale. Ci vuole pazienza perché raggiungano la massima espressione. Però non si è trattato d’una scelta facile, ci spiega Letizia. Innanzitutto perché si pone in controtendenza al nostro modus vivendi che va a sua volta in controtendenza coi ritmi naturali pretendendo tutto e subito e anche bene, e poi perché, in particolare il concetto di riserva, scozza con l’idea che un bianco si debba bere subito. Se si pensa, inoltre, che affina per 24 mesi in bottiglia, l’investimento stesso appare molto impegnativo. D’altronde è il loro stile, se è vero che anche i rossi non escono mai prima di 24-30 mesi.

L’anagramma, l’agronomo, l’agrodolce salinità del Pliocene

Nessuno, intanto, tranne il nostro buon Calogero, si è accorto che Sanice, il nome della Riserva, è l’anagramma di Cesani. Il ragazzo è pertanto un attento osservatore, qualità indispensabile per un enologo, e dimostra stoffa al di là della competenza specifica. In bocca al lupo carissimo.

Ma chi sta in vigna, se Marialuisa è impegnata tra agriturismo e wine-tour agency e Letizia in cantina e nel commerciale? Logicamente l’attivissimo padre Vincenzo che insieme ai dipendenti cura l’aspetto agronomico dell’impresa, e che se non conosce ogni vite per nome poco ci manca. Essendo il loro, tra l’altro, un terreno in genere molto mutevole anche all’interno dello stesso appezzamento, ogni operazione deve essere mirata, quasi chirurgica, e chi può farlo se non un uomo che sa tutto delle sue piante e del meraviglioso suolo pliocenico in cui abita pieno zeppo di conchiglie fossili (inclusi denti di squalo preistorico) da cui si origina questo particolare tipo di bianco?

panorama-dalla-cantina-cesani

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Un aspetto del loro lavoro che ritengono molto importante, infatti, è cercare di rendere il consumatore consapevole di quanto la vernaccia non sia un bianco comune ma qualcosa di straordinario, nel senso etimologico di “fuori dalla norma”. In genere, sul piano organolettico, a un bianco si richiede aromaticità e acidità, mentre un tale vitigno non possiede nessuna delle due caratteristiche. Punta invece tutto sulla freschezza e sulla longevità proprio a causa dal sottosuolo marino che ne sta alla base.
Degustare vernaccia quindi significa non fermarsi al primo impatto che, nonostante la grande eleganza, la fa apparire abbastanza austera, monolitica, ma andare oltre senza trarre conclusioni affrettate, lasciare che esploda in bocca con la sua lunghezza, la sua salinità, quella che impropriamente si definisce mineralità, e al tempo stesso, però, morbidezza, perché stiamo parlando di vini equilibrati e di personalità. Tutto ciò va compreso per potervisi approcciare nel modo migliore.

Letizia ci spiega che nella parte in cui ci troviamo (nord-est) coltivano vernaccia e sangiovese (Chianti Colli Senesi), mentre a Cellole, a circa 3 km da qui, tornando verso San Gimignano ma sul versante opposto, a sud-ovest, posseggono una strana bolla di suolo costituita tutta da alberese dove viene prodotto il loro cru di punta, un rosso estratto da uva sangiovese “d’una finezza e d’uno spessore tutto suo”. Si chiama Luenzo, assaggiamo il 2010. E insieme a lui il ciliegiolo in purezza Serisè 2012. Non tradiscono le attese.

Letizia Cesani, conti, vino e Consorzio di cui è “l’ago della bilancia”

Laureata in Scienze Economiche e Bancarie, Letizia sarebbe stata destinata “a far di conto”, e così avvenne inizialmente. Doveva occuparsi della parte commerciale e vendere il più possibile, ma subito si accorse che qualcosa non andava: come poteva magnificare, senza trasporto, un bene che non conosceva, comunque un prodotto che non recasse all’interno almeno qualcosa di suo? Così iniziò a studiare duramente, apprese, e a poco a poco si appassionò in un modo tale che il vino divenne parte della sua vita, un grande amore. Ma in ogni vero amore che si rispetti c’è sempre, più o meno, un Pigmalione che forgia l’opera armoniosa e se ne invaghisce, e così Letizia ha inseguito per anni l’illusione della creazione ideale, del vino perfetto, finché non si è resa conto, con umiltà, che l’unico vero amore possibile non è la forma astratta, concepita dalla mente, ma quella concreta, reale, che ci troviamo davanti e con cui dobbiamo fare, appunto, i conti. Così tutto è cambiato. In meglio. E invece d’inseguire un sogno, ha preso atto della verità del suo terroir  riuscendo a trarne il meglio.

cinquantenario-consorzio-vernaccia-sgE il Consorzio, che tra l’altro il 6 maggio ha compiuto giusto mezzo secolo? chiediamo tutti noi a gran voce. Be’, è semplice (per lei): dopo l’università, siccome il padre era sempre stato socio e certo non le mancava lo spirito collaborativo e associazionista, ecco che si candidò per il Consiglio di Amministrazione, venne (naturalmente) eletta, dapprima sindaco revisore, poi consigliere, finché nel 2009 inaspettatamente (sue testuali parole), durante il rinnovo delle cariche sociali raccolse il maggior numero di preferenze e si ritrovò Presidente. E deve anche essersi rivelata piuttosto bravina se tutt’ora, dopo 7 anni (i mandati ne durano 3 e sono rinnovabili senza limiti) continua a ricoprire la massima carica. Tra l’altro si parla di volontariato puro, perché per statuto i membri non hanno diritto a nessunissima forma di rimborso.

I 3 compiti del Consorzio (istituzionali per tutti i consorzi di tutela italiani), ci spiega Letizia, sono promozione, tutela e valorizzazione, mentre i mezzi finanziari per raggiungere tali fini provengono dalle quote sociali oltre che dalla varia tipologia di fondi che riescono ad intercettare in rapporto ai diversi progetti nascenti.

Infine, un concetto che va assolutamente chiarito è che dal momento che l’onere di contribuzione si calcola in proporzione alla produzione annua di ciascun socio – un tot per quintale di uva denunciato e prodotto, un tot per quintale di vino prodotto, un tot per numero di bottiglie prodotte – si potrebbe pensare che i grandi siano più tutelati dei piccoli, invece no. Democrazia totale. Tant’è che in Consiglio d’Amministrazione si vota a testa, non a peso di produzione. Non ci sono qui “grandi elettori”. Quale migliore garanzia?

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Letizia ci tiene anche a specificare che probabilmente la sua elezione quasi plebiscitaria nel 2009 fu dovuta al fatto che il Consorzio stava attraversando un momento di crisi interna e che si sentiva l’esigenza d’una figura “super partes” capace di ricreare un corretto equilibrio e di fornire le giuste garanzie sia ai grandi che ai piccoli. Così lei accettò per il suo alto senso di responsabilità divenendo la prima donna Presidente del Consorzio sotto i 40 anni, e di conseguenza dové subito fronteggiare tutte le problematiche legate a un mondo, come quello del vino, decisamente declinato al maschile dove chi sbatte il pugno sul tavolo con più forza e veemenza degli altri in genere si conquista la ragione. Un vero battessimo del fuoco. Be’ lei, col suo modo molto pacato, civile e ragionevole, riesce a farsi ascoltare ugualmente. Forse meglio.

A questo punto io mi azzardo a dire che le “donne nel vino fanno molta simpatia”, l’espressione viene intesa da tutti in senso detrattivo, come se il “fare simpatia” sminuisse per ciò stesso l’eventuale bravura e competenza, e tra di noi scoppia subito una divertentissima diatriba che cresce a suon di sacrosante rivendicazioni ed elencazioni d’inalienabili diritti femminili a cui Letizia partecipa con un sorridente distacco che la dice lunga. Sono un po’ provocatore, lo so, d’altronde è anche il mio mestiere quello di punzecchiare per fare uscire il sangue. Quello rosso come il vino. Quello vero. Quello che parla oltre le parole. O no?

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Dalla terrazza alla cantina

Da quell’ampia terrazza sull’infinito che è l’Agriturismo Cesani, Letizia ci mostra con orgoglio la sua pliocenica terra dove viene coltivata la vernaccia. Una vera cartolina, ma non per caso. Il piano regolatore, ad esempio, impone di piantare vigneti solo dove preesistenti, come impone inoltre d’interrompere le colture inserendo anche altri tipi di coltivazioni a beneficio della biodiversità. Tutto questo contribuisce a creare quella che si definisce “zona a maglia fitta“, una sintesi virtuosa tra l’uomo e l’ambiente che presuppone anche un forte senso di responsabilità verso il futuro.
Estasiati, ci godiamo il panorama mozzafiato da cui si possono comodamente osservare Certaldo, Poggibonsi, Castellina in Chianti là in fondo all’orizzonte, quindi Barberino Val d’Elsa, Marcialla, Tavarnelle e, alla nostra estrema destra, San Gimignano. Vi basta?

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calogero portannese in visita alla cantina cesani

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Passiamo nella cantina dove i serbatoi sono tutti termo-condizionati perché essendo biologici anche nella vinificazione tendono a non utilizzare prodotti chimici. I contenitori in cemento sono destinati alla fermentazione alcolica dei rossi che poi verranno trasferiti in barrique per la malolattica e la maturazione, mentre per i bianchi e i rosati usano l’acciaio.

– Très bien – dice Raf.
– Il trebbiano in francese – fa Calogero. Questo per darvi una vaga idea di chi è il ragazzo. Un giorno curerò una raccolta delle sue freddure. Aforismi calogeriani?  Boutades portannesiane? Vedremo.
È il momento d’andare. Il nostro tempo è scaduto, d’altronde Letizia è stata anche troppo paziente. La ringraziamo sentitamente per la squisita ospitalità che ci ha riservato nel suo bell’agriturismo, e tra le inesauribili e inenarrabili battute di Calogero  ce ne torniamo nella nostra parte di Chianti.
Al prossimo viaggio!

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