car trailsCome arrivarciDa Firenze uscita Firenze sud, direzione Greve in Chianti e proseguire per Radda in Chianti; da Siena direzione Gaiole – Radda in Chianti.

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Solita fortuna sfacciata di Blablawine o qualcosa che non va?

Il tour è sempre organizzato dal mitico Nick, al secolo Nicola Bernini (http://www.toscanadinico.com), che a questo punto non ha più bisogno di presentazioni. Però la mattina siamo solo io e Raf. Il biondo nordico nato a Panzano, Chianti, Tuscany, Italy, ci raggiungerà dopo.

Sopra di noi il solito cielo azzurro, ormai una costante nelle nostre ultime gite, e un caldo insolito che va a rimarcare la fortuna sfacciata che ci accompagna da un po’ di settimane, oltre che la cronica malattia “d’un aprile ormai lontano”, avrebbe detto il grande Faber, scomparso quando ancora le stagioni facevano se stesse e non delle repliche neoplasiche messe in scena da un tempo da tempo fuori controllo. In fondo, però, se le menti degli uomini sono così labili e incerte, piene di sogni infranti e illusioni disilluse, sature dei pezzi d’un puzzle che si stenta a ricomporre, cosa si pretende dal povero, elementale, meteo? O davvero pensiamo che non ci sia una foscoliana “corrispondenza d’amorosi sensi” tra noi e quello che ci accade intorno? Meditiamo, amici, meditiamo.

NICOLA BERNINI

PHONE: +39 333 9909167
MAIL: nicola_bernini@me.com
WEB: http://www.toscanadinico.com

Questo percorso è stato realizzato grazie all´amicizia e alla collaborazione di Nicola, Guida Turistica Nazionale che ci ha condotto per queste zone con sapienza e passione.


Nicola-Bernini-visitcard

Orsola Beccari, pronipote di Odoardo, famoso naturalista e botanico dell’800

Sulla strada per Radda c’è un cartello nero con una scritta gialla, sempre parafrasando De André, che dice: “Fattoria Vignavecchia“. Magari dopo non troveremo Bocca di rosa, ma un qualcosa di bello è probabile di sì. Infatti. Cipressi, casale rustico, vigna, dolci colline, non manca niente al consueto quadretto idilliaco che in genere s’incontra da queste parti. «Mamma mia che regione» – dico a Raf, e non aggiungo altro, perché non c’è altro da aggiungere, mentre Raf annuisce perché non si può che annuire.

Vignavecchia, Radda, foto panoramica

Orsola Beccari, pronipote del grande naturalista che ha creato quel che abbiamo davanti, ci accoglie cordiale. Ci sediamo a un tavolo esterno, circonfusi di luce e aria pura, ma nonostante lei sia “una donna molto piacevole all’occhio”, avrebbe detto un mio bisavolo, non si vuol far fotografare. “Oibò”, avrebbe aggiunto il mio ipotetico bisavolo di cui sopra, “qual mai sospetto si cela dietro siffatto diniego? È fors’ella una creatura a tal segno timorata di Dio da respingere a ogni costo le insidie del maligno che si annidano negli scatti digitali, in Internet, nei blog, nei social network, et similia?
Osservo il rasserenante sguardo di Raf e mi tranquillizzo a mia volta. È questione di rompere il ghiaccio, penso, poi riusciremo a rubare in qualche modo un’istantanea alla nostra timida star. Alla peggio un dagherrotipo. E quale miglior modo per rompere il ghiaccio che parlare del suo di bisavolo, quell’Odoardo Beccari naturalista, botanico, che a soli ventidue anni, trascorsi alcuni mesi ai Kew Gardens di Londra, nell’aprile (ecco, vedete le junghiane coincidenze significative?) del 1865 non ebbe timore a salpare da Southampton alla volta della Malesia al seguito di James Brooke, il Rajah di Sarawak?
Un vero e proprio tuffo nel meraviglioso esotismo romatico-decandente di quegli anni. Ma facciamo prima un passo indietro e seguiamo il racconto di Orsola.

Odoardo Beccari, un uomo libero, indipendente, col coraggio di seguire la propria vocazione

“Il coraggio, uno se non ce l’ha mica se lo può dare”, diceva Don Abbondio, e nel caso di Odoardo Beccari, in effetti, di coraggio si abbondava, perdonatemi il patetico calembour.
I Kew Gardens di Londra costituirono probabilmente un’importante svolta nella sua vita, se è vero che vi aveva conosciuto personaggi del calibro di Charles Darwin, sir William Jackson Hooker e non ultimo James Brooke, il Rajah di Sarawak, al cui seguito decise d’imbarcarsi.

Vignavecchia Logo

A Sarawak rimase per tre anni compiendo numerose spedizioni e raccogliendo una gran quantità di campioni di piante, conchiglie, farfalle e altri insetti. Descrisse inoltre 130 specie di palme, in 25 differenti generi.
Nel 1868 a causa di un violento attacco di malaria fu costretto a tornare a Firenze.
Nel 1869 fondò il Nuovo giornale botanico italiano, poi riprese le sue esplorazioni, dapprima in Etiopia, quindi, nel 1872, in Nuova Guinea e in Indonesia.
Al ritorno a Firenze nel giugno 1876, ricevette riconoscimenti da istituzioni e società scientifiche italiane e straniere.

Libro di Paolo Ciampi Gli Occhi di SalgariNel 1877 ripartì per il suo terzo viaggio in Estremo Oriente visitando località dell’India, della Malesia, dell’Australia, della Tasmania e della Nuova Zelanda.
Nel maggio 1878, partendo da Giava, compì un’esplorazione di 5 mesi nelle foreste montane di Sumatra, dove scoprì l’Amorphophallus titanum, la più grande infiorescenza del mondo (il primato di singolo fiore appartiene invece alla Rafflesia arnoldii anch’essa originaria dell’isola).

Al suo ritorno a Firenze alla fine del 1878, fu nominato Direttore del Giardino dei semplici. Ma a causa del suo carattere impulsivo e indipendente, ebbe forti contrasti con l’amministrazione dell’Istituto di Studi Superiori, e nel 1879 rassegnò le sue dimissioni.
Dal 1880 in poi condusse la propria attività in condizioni d’isolamento, studiando i materiali delle sue collezioni botaniche raccolti in poche stanze del Museo di storia naturale di Firenze, e pubblicando i risultati sulla rivista Malesia da lui stesso fondata. Nel 1887 l’Istituto di Studi Superiori sospese i finanziamenti alla rivista. Avvilito da questo ennesimo episodio, Beccari fu costretto a interrompere l’analisi del vasto materiale botanico malese e, per qualche anno, anche le sue pubblicazioni.

Si dedicò quindi alla stesura delle sue memorie di esploratore naturalistico pubblicando nel 1902Nelle foreste di Borneo“, un libro che divenne famoso in tutto il mondo, tradotto in più lingue.
Nel 1904 l’Accademia dei Lincei lo volle tra i suoi membri, riconoscendo i suoi eccezionali meriti di naturalista e di botanico.
Continuò la sua solitaria attività di studioso sino alla morte, sopravvenuta nel 1920 a Firenze.

Odoardo Beccari, gli occhi di Emilio Salgari

Libro I Due ViaggiatoriFin qui la storia ufficiale che si può trovare anche sulle enciclopedie. Poi ce n’è una meno ufficiale che continua a narrarci Orsola.
Tutti conosciamo i terribili disagi economici che patì Salgari durante l’intero arco della vita e che lo inchiodarono nel suo paese impedendogli di viaggiare fino al tragico epilogo, ma forse non tutti sanno che Odoardo Beccari fu uno degli autori che lo ispirarono al punto da permettergli di scrivere dettagliatamente di terre lontane senza averle mai viste.

Una quindicina di anni fa un giornalista fiorentino, Paolo Ciampi, appassionato di Salgari, volle esplorare i “luoghi di Sandokan” pensando, una volta giunto nel Borneo, a Kuching, di trovare un libro del grande scrittore che potesse indirizzarlo, invece riuscì “soltanto” a reperire una copia in inglese di “Nelle foreste di Borneo” – opera d’un fiorentino come lui – che nel luogo era considerato un best-seller, mentre in patria rimaneva semisconosciuto.

Tornato a Firenze, il Ciampi, affascinato da questo sorprendente lavoro autobiografico, decise a sua volta di scrivere un libro intitolato “Gli occhi di Salgari – Avventure e scoperte di Odoardo Beccari viaggiatore fiorentino” in cui traccia un interessante parallelo tra Beccari e Salgari, il viaggiatore reale e quello di fantasia, una lettura probabilmente più piacevole di quella da cui trae origine perché depurata da tutte le minuziose descrizioni e i tecnicismi specialistici che vanno ad appesantire il testo.

La famiglia Beccari e Vignavecchia

Orsola ci spiega che quando il bisnonno, dal 1880 in poi, s’isolò, si ritirò qui a Radda nelle terre di famiglia ereditate per via materna, dove già dal 1876 produceva vino, come evidenziano le bottiglie ritrovate del tutto casualmente durante dei lavori di restauro nel 1970. Una di queste fu venduta all’asta per £ 500.000. Non male per l’epoca

Da quegli anni l’azienda è sempre appartenuta alla famiglia di Orsola la cui iniziale del nome è, ovviamente, un omaggio al nonno, tanto che “se fosse nata maschio si sarebbe senza dubbio chiamata come lui”. Adesso è lei però l’unica “bischera” che se ne occupa a tempo pieno, dice ridendo, anche se è un impegno che si è assunta per passione, quindi forse meno gravoso di altri, ipotizziamo.

Vignavecchia-Gruppo-1

il figlio di Orsola, Duccio

Enologa-e-Raf

Vignavecchia-Gruppo-2

L´agronomo è quello con gli occhiali

L´enologa Jessica Rovai

L´enologa Jessica Rovai

Nel 1996, dallo storico palazzo Beccari nel centro di Radda, la sede aziendale si è trasferita qui in seguito ai lavori di restauro, ampliamento e adeguamento tecnologico delle cantine per la produzione, la vinificazione, l’invecchiamento e il confezionamento, oltre alla realizzazione di due appartamenti per i dipendenti.

Il grosso degli investimenti è stato, per ora, dirottato sul vigneto, perché è da lì che arriva l’uva. Non fa una piega.
I terreni, 17 ha vitati in tutto, si trovano più o meno a 500 mt slm. Il sistema di allevamento è in gran parte a cordone speronato, anche se adesso si stanno convertendo al guyot (déjà entendu) o “archetto toscano” che è praticamente uguale, perché, soprattutto nel caso del sangiovese, permette il costante rinnovo del capo a frutto, e alla fine è il sistema con cui si riesce a produrre di più e a ottenere i migliori risultati.

Solo il vigneto che conferisce il nome all’azienda, Vignavecchia, è coltivato biologicamente, gli altri no, per cui le uve, mescolandosi nel taglio, non permettono loro di ottenere la certificazione ufficiale, tuttavia è stato adottato un tipo di agricoltura a basso impatto ambientale per poter un giorno pensare a una totale conversione biologica della produzione.

Collage di Etichette della Fattoria Vignavecchia

Vini di Vignavecchia

Orsola Beccari con Raf di BlaBlaWine

Orsola Beccari della Fattoria Vignavecchia a Radda

Da una piccola metratura (0.80 ha) di chardonnay producono un ottimo bianco barricato da invecchiamento, il Titanum IGT. Dal sangiovese in purezza un rosato, il Tulipa. Poi, come nella migliore tradizione di questa terra, propongono un Chianti Classico annata (90% sangiovese, 10% merlot), una Riserva (logicamente stessa composizione di uvaggio), e dall’anno prossimo una Gran Selezione (per ora è solo Riserva, vendemmia 2014) Vigneto Odoardo Beccari, oltre a un IGT Rosso Toscana, il Raddese, e a un Vinsanto DOC del Chianti Classico, per un totale di circa 80.000 bottiglie all’anno di cui l’80% è destinato all’esportazione.

Conversando sul perché il vino italiano di qualità vende più all’estero che in Italia, ci raggiunge il figlio ventiduenne di Orsola, Duccio. Quindi ci spostiamo nella bella sala delle degustazioni dove conosciamo la simpatica Jessica Rovai, enologa e responsabile della cantina, e nel mentre degustiamo il bianco barricato e la Riserva che diverrà tra poco Gran Selezione.

L’atmosfera è distesa, conviviale, è il momento giusto per rubare un flash alla padrona di casa. Fatto! Visto che ci siamo riusciti? Lei e Raf sono venuti bene, no?

Un’altra bella esperienza di Blablawine.